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Tutti in campo per salvare la Manifattura

«Impediremo che Bat lasci l'Italia». Montani (CGIL) prepara la sfida. Sabato in Comune parte la task force di politici, operai e sindacati.

Tutti in campo per salvare la Manifattura Prima l'annuncio choc, poi la reazione operaia, infine la convinzione che i vecchi adagi, in fondo, hanno sempre ragione. E quindi via con il motto «l'unione fa la forza». E non già l'Unione intesa come forza di governo, anche se è proprio quello il destinatario della lotta, ma come fronte comune per cercare di fermare un'iniziativa che sembra già decisa: la chiusura della Manifattura Tabacchi di Borgo Sacco. La British Amercican Tobacco, la multinazionale che ha acquistato l'Eti dopo la privatizzazione del 1999, deve ancora ufficialmente presentare il proprio piano industriale. E quello sarà l'appuntamento più importante, di fatto definitivo. La Bat, infatti, dirà cosa vuole farsene dei suoi «giocattoli» italiani, su tutti lo stabilimento di Rovereto. La data fissata per la «sentenza» è l'8 maggio ma fonti sindacali parlano del 18. Dieci giorni guadagnati sarebbero oro colato visto che, dal consiglio comunale straordinario di lunedì scorso, è uscita la convocazione di una task force traversale (politici locali, provinciali, nazionali, lavoratori e sindacati) che dovrà produrre pressioni efficaci tanto su palazzo Chigi che sulla Bat Italia. Sabato prossimo, alle 9.30, in piazza del Podestà, i membri di questo comitato di crisi con licenza, metaforica, di uccidere, metteranno nero su bianco la strategia di azione, in pratica ufficializzeranno lo schema d'attacco. L'intenzione è quella di far desistere la Bat dal chiudere Rovereto. In consiglio comunale, comunque, si è detto tutto e il contrario di tutto, soprattutto riguardo alle motivazioni che starebbero dietro l'annuncio di chiusura a Sacco. Si è parlato di pressioni del vicepremier D'Alema per mantenere aperta Lecce (suo collegio elettorale) e di patti tra governo e sindacati nazionali sempre a favore della fabbrica salentina nell'ottica del rilancio dell'occupazione al Sud. Più passano i giorni, però, più lo scoramento è palpabile. E i sindacati trentini pensano ad un piano industriale ben più perverso: l'addio di Bat dall'Italia. Stefano Montani della Cgil è uno di questi. Come sta andando la preparazione all'incontro di sabato? «Da una parte ci sono gli operai che stanno facendo scioperi per tenere alta l'attenzione; dall'altra noi con la Provincia pronti a far pressione sul governo per tenere aperto non tanto il sito di Lecce al posto di Rovereto o viceversa ma tutti i siti. Siamo convinti che altrimenti chiuderanno tutti uno dopo l'altro». La sensazione, quindi, è che il disegno di Bat sia quello di smobilitare, andarsene dall'Italia? «Sì, purtroppo. E pensare che Bat ha acquisito il patrimonio produttivo pubblico facendo proclami roboanti e invece adesso sta smobilitando. Ha disatteso le aspettative, non ha investito sul rilancio dei marchi ed ora vuole andarsene all'Est Europa». Perché un addio all'Italia? L'azienda è in crisi? «No, affatto, non c'è crisi. Il mercato del fumo, nei primi mesi mesi del 2007 così come l'anno scorso, è in crescita. I prodotti di questo settore tirano, soprattutto in Asia. E produrre una sigaretta costa poco. L'Italia, poi, è l'ottava produttrice di tabacco a livello mondiale. Però...». Però Bologna stava per chiudere, Scafati l'ha fatto, ora Rovereto. Perché? «Bologna, grazie alla lotta sindacale, è stata risparmiata ma riconvertita e adesso si occupa di manutenzione ai macchinari degli altri stabilimenti. Se chiude Rovereto, ovviamente, si ridimensiona e se poi chiude pure Lecce la fabbrica di Bologna sparisce e tutti a casa. E con loro tutti gli addetti della filiera che finirebbe gambe all'aria». Ammettiamo che Rovereto chiuda quest'anno: quanta vita avrebbe ancora Lecce? «Il contratto di Bat per acquistare il tabacco italiano scade nel 2010 e quindi, secondo noi, a quella data sparirebbe anche Lecce. Perché crediamo che il disegno di Bat sia proprio questo; D'Alema non c'entra nulla, è una questione di strategia di una multinazionale». Se il problema non è solo trentino, perché non se ne discute a livello nazionale? «È quello che faremo. Il 2 maggio, come Cgil, ci incontreremo a Bologna con tutti i rappresentanti degli altri stabilimenti d'Italia e studieremo una strategia comune di pressione forte su Bat. Perché è arrivato il momento di agire tutti assieme». Come sindacati trentini, però, dovete pensare prima a Rovereto e alle lodi sulla qualità di produzione tessute dalla stessa Bat. O era una burla? «Lo stabilimento di Rovereto tiene ed ha sempre tenuto, lo dicono i dati, uno standard europeo. Diciamo che siamo sui livelli di Germania e Polonia che hanno grande produttività; in Ungheria e Romania, invece, c'è grande flessibilità e un basso costo della manodopera. Il disegno finale, quindi, è quello di dismettere, di uscire dalla scacchiera produttiva italiana. Questo, almeno, è quanto pensiamo noi». Quindi Bat smantella pezzo per pezzo a partire da Rovereto? «Se questo è il disegno non puoi chiudere prima Lecce, dove la disoccupazione è al 30%, e poi Rovereto con disoccupazione al 5%. Però noi non ci stiamo e vogliamo che la Provincia faccia pressioni sul governo anche se mi sembrano poche le possibilità di far cambiare idea a Bat». La task force rischia di essere una prova di forza solo di facciata? «Come andrà a finire non lo so ma sono certo che a livello politico trentino c'è la volontà di andare fino in fondo, di giocarsela. La soluzione, se Bat decide di rimanere ma ridurre, può anche essere quella di spostare lo stabilimento in uno spazio più piccolo. Non è detto che la produzione debba cessare in toto». Sabato cosa vi direte in Comune? «Vedremo di capire quali sono le idee degli altri, trovare una linea condivisa e comune. Il sindacato e i lavoratori ce la possono fare solo con l'appoggio della politica». La Bat è stata informata del Tavolo trentino? «Sì, a Roma lo sanno. Per questo prima di sabato, il 2 maggio, come Cgil saremo a Bologna assieme ai rappresentanti degli stabilimenti di Bologna, Lecce e Chiaravalle per studiare una strategia comune, per cercare di mantenere la Bat in Italia». 29 aprile 2007

 

 

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