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Cave di porfido e lavoro nero

Renato Beber (Fillea Cgil) interviene sulla denuncia del Corriere del Trentino.

Cave di porfido e lavoro neroLa vicenda del lavoratore del porfido Aliji Zarif, è emblematica di una situazione che la Fillea Cgil va denunciando da tempo: il settore porfido non è immune da situazioni di lavoro nero, sottopagato, precario. In questi anni sono emersi elementi di degenerazione che compromettono l’immagine del settore già messa in discussione dalla tipologia stessa del lavoro, dalle condizioni ambientali e di sicurezza, dalla qualità del lavoro e delle imprese. L’emersione di questi fenomeni è, il più delle volte, frutto dell’iniziativa del sindacato che con fatica (posto che ci sono in gioco e sono messi a rischio i posti di lavoro dei lavoratori) denuncia e segnala ai competenti uffici ispettivi le situazioni di criticità. Abbiamo sollecitato in più occasioni anche gli imprenditori e le loro rappresentanze a prestare attenzione a non sottovalutare fenomeni e dinamiche che magari sono marginali rispetto alla complessità del settore, che è sano, ma che comunque producono effetti deleteri sui lavoratori, sul mercato, sui prezzi. Occorre che gli imprenditori abbiano il coraggio di dire quello che sanno – quello che dicono a noi e che per paura di essere esclusi dal sistema - non dicono. Il caso di Zafir lo abbiamo appreso anche noi dalla stampa. Ma abbiamo segnalazioni di lavoratori che confermano una pratica odiosa messa in atto da alcuni imprenditori che in presenza di infortuni sul lavoro “sollecitano” i lavoratori a dichiarare che l’infortunio è successo fuori dal posto di lavoro. La lotta al lavoro nero non può essere delegata al solo sindacato, occorrono iniziative comuni tra tutti i soggetti coinvolti, unendo le forze e coordinando gli sforzi e le competenze che ognuno rappresenta. Il lavoro nero, il lavoro non dichiarato è la riduzione o la negazione totale dei diritti di chi lavora; è un danno per l’economia del settore e un ostacolo allo sviluppo dello stesso. Ma credo che sarebbe vana e inutile una azione di contrasto al lavoro nero se guardassimo solo agli effetti, senza mettere in campo un intervento deciso e convinto sulle cause che generano questo fenomeno. Qui si pone quindi il tema della qualificazione del settore, delle aziende, il rispetto delle regole, dei contratti, della legge provinciale che regola l’attività estrattiva recentemente approvata. Anche in questo caso è coinvolto un lavoratore straniero. Non è un caso. E’ la conseguenza del fatto che questi lavoratori, queste persone sono più ricattabili, più esposti e più deboli rispetto a questi fenomeni. Su questo la Cgil e la Fillea hanno chiesto al Governo, anche attraverso la manifestazione di Milano della settimana scorsa, di mettere mano alla legge Bossi-Fini, per costruire una nuova normativa che consenta di affrontare con più coraggio la regolarizzazione e l’inclusione con l’obiettivo di sottrarre questi lavoratori al caporalato e alla delinquenza. Ma abbiamo posto anche un problema più immediato: la concessione di un permesso di soggiorno temporaneo, nel caso di quei lavoratori irregolari che trovino il coraggio di denunciare i loro datori di lavoro che li tengono a lavorare in condizioni di clandestinità o di grave irregolarità. Occorre evitare a questi lavoratori il dramma dello sfruttamento e la beffa dell’espulsione. Come sindacato chiamiamo tutti ad impegnarsi in una battaglia che è culturale e civile, contro una cultura dell’evasione, del condono, della sanatoria che ha allontanato sempre di più comportamenti coerenti e una cultura della legalità.

 

 

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