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Coop sociali: «Noi, lavoratori di serie B»

Senza contratto da due anni ricevono 900 euro al mese. Dall'Adige, la storia di due operatori di cooperative sociali in Trentino, aspettando l'inchiesta di Report.

Coop sociali: «Noi, lavoratori di serie B»
Il loro contratto integrativo provinciale è scaduto il 31 dicembre 2003. L'accordo era che nel 2004 non si sarebbe parlato di rinnovo. Ma dall'1 gennaio 2005 sono trascorsi 680 giorni e i circa 2.500 lavoratori delle oltre cinquanta cooperative sociali che fanno capo al Con.Solida sono ancora lì, ad attendere di poter discutere di una richiesta di aumento di venti euro al mese. Ci sono due tipi di cooperative nel consorzio della Federazione trentina cooperative: quelle che si occupano di servizi socio-assistenziali ed educativi e quelle che trattano il reinserimento lavorativo. Lo stipendio base ammonta a 1.279 euro lordi: 1.100 garantiti dal contratto nazionale e 179 dall'integrativo provinciale. A fine mese si trovano in busta paga circa 900 euro netti. I sindacati - Cgil, Cisl e Uil - hanno chiesto un aumento di 20 euro netti al mese e un'indennità variabile calcolata sulla produttività. La controproposta è un aumento variabile legato a due parametri di produttività: il rapporto tra margine produttivo e fatturato e tra costo del personale e valore della produzione. Insomma, bisogna sperare che i bilanci vadano bene e che il costo del personale cali. «Arriviamo al paradosso - spiega Michele Olivieri della Cgil funzione pubblica - che, per guadagnare qualche euro in più, il lavoratore deve sperare che vengano tagliati posti». I sindacati hanno calcolato che, al massimo, si potrebbe arrivare a percepire duecento euro lordi all'anno in più. Per questo hanno respinto al mittente la proposta e hanno scritto una lettera a tutti i presidenti delle cooperative, convocati in assemblea giovedì prossimo poiché la vertenza è stato loro rinviata da Federcoop. Per i lavoratori i guai cominciarono nel 2002 quando il contratto Con.Solida (varato nel 1991, prima esperienza del genere in Italia per le cooperative sociali) venne sostituito dal contratto nazionale di settore adeguato con un integrativo provinciale che non faceva comunque arrivare lo stipendio ai livelli percepiti prima. La seconda botta, per i soci lavoratori, arrivò un anno più tardi, quando venne varata la legge 30, più famosa come legge Biagi. Si modificò l'articolo 5 della legge 142 del 2001, che garantiva ai soci gli stessi diritti dei dipendenti, introducendo la possibilità di estinguere il rapporto di lavoro in caso di «recesso o esclusione del socio». Intanto nelle cooperative cresce il precariato, con ricorso sempre più massiccio ai famigerati contratti co.co.pro, e si diffonde il malcontento per il trattamento diverso ricevuto rispetto ai dipendenti degli enti pubblici a fronte della fornitura di un servizio eguale. Ne parlerà anche «Report» nell'inchiesta «Gli esternalizzati» prevista nella puntata di domenica prossima su RaiTre alle 21.30. Noi abbiamo raccolto due testimonianze illuminanti sullo stato di disagio vissuto. I politici, forse, potrebbero occuparsi anche di loro. «Adesso guadagno 250 euro in meno» Il lavoro è lo stesso: educatrice negli asili nido. L'eguaglianza finisce lì. Perché lo stipendio è diverso, le possibilità di aggiornarsi minori, maggiori le ore di impegno con i bambini. Questa è la storia di Maria (nome di fantasia, ndr) , 34 anni, maestra che per dieci anni ha lavorato come precaria negli asili nido comunali per poi decidere di passare a una cooperativa. Ha versato 1.033 euro di capitale ed è diventata socia. Perché? «Perché era l'unico modo per avere un impiego fisso e una struttura di riferimento. I Comuni di Trento e Rovereto hanno iniziato a esternalizzare gli asili nido e così non avevano più posti da coprire nelle loro strutture». La differenza più grande? «Lo stipendio. Prima guadagnavo 1.200-1.250 euro al mese, ora arrivo a 1.000 grazie all'integrazione di 179 euro pagata dalla Provincia che, peraltro, non tutte le cooperative garantiscono. Inoltre non riceviamo la quattordicesima, il cosiddetto premio di produzione». E l'orario? «Il monte ore, 38 alla settimana, è lo stesso. Ma negli asili nido comunali sono sei le ore al giorno a contatto con i bambini, da noi sette. Così le ore settimanali di formazione sono ridotte da sei a due e mezzo. E alcune cooperative hanno reintrodotto l'orario spezzato. Queste erano garanzie conquistate con anni di battaglia sindacale. Sono state annullate in un attimo». Almeno gli organici, cioè il rapporto maestra-numero di bambini, saranno i medesimi. «Formalmente sì. In realtà nelle cooperative mancano le figure della coordinatrice esterna e del jolly. Da noi a coordinare è un'educatrice che ogni tanto si stacca dal gruppo dei bambini per programmare il lavoro di tutte le maestre». Passiamo dalla parte dei bambini: giochi e qualità del cibo cambiano? «No, quello no. È soltanto il trattamento del personale che è diverso». Gli appalti durano dai cinque ai sette anni. Alla scadenza cosa accade? «Nei contratti di appalto finora è stato previsto l'obbligo di assorbire il personale in servizio da parte della cooperativa vincitrice che dovesse eventualmente subentrare alla precedente. Alle maestre vengono anche riconosciuti gli scatti di anzianità già maturati, con il blocco però di quelli futuri. Diverso il mio caso: passando dal Comune alla cooperativa i miei scatti sono andati tutti in fumo». E in caso di gravidanza? «Dipende da cooperativa a cooperativa. La mia garantisce il 100 per cento del trattamento fin da subito, altre soltanto l'80%». Avete una rappresentanza sindacale? «Da noi esiste. È una realtà grande, importante, che fortunatamente non esercita né pressioni né ricatti. So invece che in altre realtà l'iscrizione al sindacato non è certa vista in modo benevolo. Senza contare che la maestre assunte dalle cooperative sono mediamente molto giovani e quindi hanno più timore ad avanzare rivendicazioni». Vi sentite demotivate? «Ci sentiamo lavoratrici di serie B». «Mi sono dimesso da socio, rischiando di perdere il posto» Voleva contare di più nella vita della cooperativa. Ci ha provato per tre anni, diventando socio ed entrando persino nel consiglio di amministrazione. Nel febbraio scorso ha gettato la spugna. Ha chiesto di tornare a essere un dipendente, correndo il rischio di venir licenziato. La testimonianza è di Paolo (nome inventato, ndr), 36 anni, da nove impegnato in una cooperativa che si occupa di handicap. Cosa la spinse a diventare socio? «Dopo più di cinque anni avevo voglia di partecipare attivamente alla vita della cooperativa. Lasciai la carica di delegato sindacale unitario ed entrai addirittura nel consiglio di amministrazione. Tre anni dopo cambiai idea. Mi dimisi da socio, a costo di perdere il lavoro». In che senso? «La legge Biagi ha introdotto questa possibilità. Prima lavoratore e socio avevano gli stessi diritti. Ora viene prima il socio e poi il lavoratore. La mia cooperativa ha scelto di tenermi in servizio. Io ero comunque pronto a cercarmi un altro impiego». Perché si dimise da socio? «Perché mi resi conto che la partecipazione era tale soltanto sulla carta. Non si riusciva a incidere né sull'organizzazione dei servizi, né su quella aziendale. Bisognava soltanto prendere atto delle decisioni dei vertici. Cercai inutilmente di coinvolgere gli altri soci ma, pur ricevendo solidarietà, rimasi solo. E io dissi basta». Ma ci sono differenze anche di trattamento economico o normativo? «Le cooperative, tramite regolamento interno, hanno la possibilità di creare qualche discriminazione, ad esempio prevedendo più ore di formazione per i soci. Da noi per fortuna non accade». Dopo la riforma Biagi cos'altro è cambiato? «Ci sono molti più lavoratori precari. Non si assume più nessuno a tempo indeterminato ma per tre mesi che, nel nostro settore, ti servono solo per ambientarti. Inoltre nessuno si azzarda più a dimettersi da socio e, sull'altro fronte, nessuno vuole più diventare socio. Dovrebbe essere una scelta libera, ora è condizionata dal rischio di licenziamento».

 

 

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