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Addio ai Co.co.co. ...e intanto la precarietà continua

Addio ai Co.co.co. ...e intanto la precarietà continuaSi celebrano giorni di euforia: i martellanti messaggi di una spregiudicata propaganda raccontano che finalmente si è segnata una svolta decisiva nel destino di centinaia di migliaia di lavoratori precari. Vanno in pensione i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, che ora si devono trasformare in collaborazioni a progetto. La riforma del mercato del lavoro potrà sviluppare pienamente un’azione incisiva per introdurre una rete di norme per la disciplina dei rapporti di collaborazione, finalmente sottratti al diffuso abuso nel ricorso a contratti di collaborazione che mascheravano, di fatto, veri e propri rapporti di lavoro subordinato. Un fenomeno che si è sviluppato con disgregante impetuosità, frutto di un generale processo di precarizzazione, sostenuto da una poderosa campagna ideologica: con toni quasi dogmatici è stata esaltata la dimensione della flessibilità come condizione di una modernità che prometteva di realizzare finalmente il regno della libertà nel lavoro. In pochi anni centinaia di migliaia di lavoratori hanno affollato la zona grigia dei lavoratori parasubordinati delle collaborazioni, ambiguamente sospesi tra lavoro autonomo e lavoro subordinato. Certo, per una parte privilegiata, comunque minoritaria dell’universo ambiguo dei “parasubordinati”, si è anche trattato di una condizione scelta, in cui la situazione di diffusa insicurezza è stata magari compensata da qualche opportunità di autonomia, consentita da un certo potere di negoziazione. Ma la parte più consistente dell’arcipelago dei collaboratori – costituita da una molteplicità di figure estremamente diversificate per professionalità, luoghi e modalità di lavoro - è stata costretta a subire una condizione di falsa autonomia e di effettiva, devastante, privazione di diritti e di tutele. Si sono inventati strani rapporti per risparmiare sui contributi e per non dovere rispettare i diritti fondamentali tipici del lavoro subordinato: situazioni di sfruttamento senza limite, in cui l’assenza di diritti su orario, ferie, malattia, cessazione del rapporto di lavoro, tutele previdenziali ha precipitato le persone nell’antica “modernità” del lavoro servile. D’ora in poi tutto questo non succederà più, almeno secondo il governo: le finte collaborazioni dovranno essere trasformate in regolari rapporti di lavoro subordinato, mentre per i veri collaboratori si schiude finalmente l’accesso alle fondamentali tutele del lavoro. Rimarranno solo le vere collaborazioni, quelle riconducibili alla realizzazione di un progetto, chiaramente precisato per iscritto nel contratto, che, per definizione, sarà a termine. Quindi avrà un inizio ed una fine che coinciderà con il raggiungimento del risultato. E la collaborazione, qualora non sia strettamente connessa ad un progetto e temporalmente limitata, dovrà essere considerata come lavoro subordinato. Così qualificati i lavori a progetto godranno di una serie di tutele, in cambio di un aumento della contribuzione: sospensione del rapporto in caso di malattia e infortunio, sospensione e proroga in caso di gravidanza, norme sulla sicurezza. Ora a noi pare che a fronte di queste promesse impegnative, che suscitano attese di una riscoperta dignità del lavoro, sia necessario precisare alcuni aspetti di questa nuova formula contrattuale, le collaborazioni a progetto, che rischia, purtroppo, di non cambiare molto nella condizione di precarietà di tante persone. Senza dimenticare che eventuali accordi con le rappresentanze sindacali aziendali consentono ulteriori proroghe dei vecchi contratti di collaborazione coordinata e continuativa, fino all’ottobre del 2005, è importante tenere conto del fatto che la nuova tipologia delle collaborazioni non sarà applicata ad alcune categorie, tra cui, in particolare, i collaboratori delle pubbliche amministrazioni che pure da anni utilizzano largamente, anche con riconosciuti abusi, i co.co.co per far fronte alle carenze di organico. In questo comparto, quindi, nulla cambia nella disciplina delle collaborazioni. Ma altre, più dolenti contraddizioni devono essere messe in evidenza, a partire dalla proclamata necessità che le nuove collaborazioni debbano essere rigidamente vincolate alla realizzazione di un progetto. In realtà il decreto legislativo prevede una definizione assai più ampia, riconducendo l’attività non solo ad un progetto, ma anche ad un programma di lavoro o ad una fase di esso. La successiva circolare del ministro del lavoro, Maroni, ha poi dato un’interpretazione così generica ed indecifrabile di queste nozioni da svuotarle di qualunque specifico riferimento. E’ evidente che una finalità così indefinita sia rintracciabile in qualunque attività, perché la sua mancanza presupporrebbe una confusione del tutto incompatibile con qualunque organizzazione aziendale. Con definizioni così generiche, insomma, ogni lavoro potrebbe essere svolto nella forma della collaborazione a progetto. Per quanto riguarda l’autonomia garantita al collaboratore a progetto, le nuove norme affermano che la caratteristica del lavoro a progetto è di essere svolto in funzione del risultato da conseguire nel tempo prefissato, e non nell’essere a disposizione del datore di lavoro. Pertanto nell’ambito del progetto o del programma di lavoro, stabilito dal committente, tempi e modalità di esecuzione dovrebbero essere decisi dal collaboratore. Ma poiché il lavoro del collaboratore deve essere coordinato con l’attività complessiva, sia principale che accessoria, del committente, è necessario anche un coordinamento per quanto riguarda i tempi e le modalità della prestazione, che (si badi bene) può riguardare anche attività esecutive e/o ripetitive. In definitiva, la gestione autonoma del progetto in funzione del risultato viene intesa come autonomia nell’esecuzione della prestazione - che è propria di molti lavoratori subordinati appena sopra i primi livelli di inquadramento – e non certo come autonomia organizzativa, la sola che potrebbe escludere la subordinazione. Se è vero, poi, che vengono introdotti alcuni elementi positivi (l’obbligo della forma scritta del contratto, la previsione della sospensione del rapporto in caso di malattia o di gravidanza, ma senza alcun compenso), nessuna nuova tutela è garantita dalle nuove norme, disattendendo il mandato del Parlamento contenuto nella legge delega che prevedeva l’introduzione di fondamentali tutele, con particolare riferimento alla maternità, alla malattia e all’infortunio. E per quanto riguarda il compenso, escludendo esplicitamente la possibilità di prendere a riferimento le retribuzioni stabilite dalla contrattazione collettiva per i lavoratori dipendenti, vengono a mancare riferimenti certi per la sua determinazione e tutto viene lasciato alla disparità della forza contrattuale. Infine, se la collaborazione vincolata al raggiungimento di un risultato deve indicare necessariamente un termine, non si pone alcun limite alla possibilità di rinnovare il contratto anche con lo stesso contenuto: è sufficiente che anche le collaborazioni successive rispondano formalmente ai requisiti previsti dalla legge. In questo modo la precarietà dei collaboratori risulta confermata e rafforzata all’infinito. Per ora, insomma, i lavoratori delle collaborazioni non hanno molte ragioni per esultare. Antonio Rapanà segreteria Cgil del Trentino 28 ottobre 2004

 

 

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