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Appalti, la priorità è garantire lavoro e diritti

Oggi la riunione dei delegati Filcams. Nei prossimi mesi cambio gestione per oltre 2000 addetti “Da vent’anni politica e aziende fanno cassa sui lavoratori. Servono scelte politiche e contrattazione”

Cinquantaquattro addetti al portierato dell’Università, dieci allo studentato di San Bartolomeo, duemila le lavoratrici delle pulizie per Provincia, Comune di Trento e Case di Riposo, quarantanove le addette alle mense dell’Opera universitaria, cinquanta quelli delle pulizie per l’ateneo trentino, 36 le maschere del Centro culturale Santa Chiara, otto i letturisti di Dolomiti energia, cinquanta addetti alla Fondazione Mach, centoventi impiegati alla ristorazione e alle pulizie nelle case di riposo Civica, Beato de Tschiderer e Povo. E’ lungo l’elenco delle lavoratrici e dei lavoratori che nei prossimi mesi cambieranno datore di lavoro perché verrà riassegnato l’appalto: sono oltre duemila addetti, quasi tutte donne, che con il cambio appalto non hanno nessuna certezza sul loro futuro. A loro si aggiungeranno l’anno prossimo gli 800 addetti alle pulizie per gli ospedali e un centinaio di persone per la mensa dell’ospedale Santa Chiara.

Anche il presente per questi dipendenti non è dei più rosei: il loro lavoro comporta stipendi bassissimi, part time il più delle volte involontari, condizioni di inquadramento che peggiorano ad ogni cambio di gestione. Moltissimi di loro hanno acquisito professionalità e competenze e hanno anche anzianità lavorative molto lunghe. Tutti fattori che in un mercato del lavoro normale dovrebbero rappresentare un punto di forza, per chi lavora negli appalti, invece, sono una penalizzazione perché quello che conta è sempre abbassare il più possibile il costo del lavoro, senza mai guadare alla tutela delle condizioni di chi lavora. Lo hanno raccontato diversi di loro nella riunione di questa mattina, partecipando al dibattito. c’è chi come Giuliana che lavora all’ospedale di Rovereto dal 2007 guarda con ansia al prossimo cambia appalto e denuncia il peggioramento delle condizioni di lavoro. “Le stesse mansioni oggi vanno fatte nella metà del tempo: prima per sanificare un letto avevamo dieci minuti, oggi appena 5 e questo vuol dire che in un turno di lavoro puoi arrivare a fare 48 letti e uscire a pezzi. Siamo lavoratori sfruttati”. Mina che si occupa delle pulizie negli uffici provinciali ha raccontato di orari spezzatino. “Ho trasferito la mia residenza sull’autobus, per spostarsi da un posto all’altro” ha detto amara ricordando che ci sono addetti che hanno contratti anche di un’ora alla settimana. “Così non si vive”. E chi ha puntato il dito contro le retribuzioni basse. “Con i nostri stipendi non si riesce a vivere, lavorando 25 ore a settimana”, ha ammesso Maria Grazia. E ancora Anna che lavoro nelle mense scolastiche in Val di Non e da quando ha un contratto a tempo indeterminato non ha stipendio né contributi durate i mesi estivi, Giulia, giovane studentessa universitaria, che fa la maschera al Santa Chiara, che con la precedente cooperativa per poter lavorare ha dovuto pagarsi di tasca propria i corsi obbligatori di primo soccorso e antincedio. E ancora i letturisti di Dolomiti Energia che non sanno ancora che fine farà il loro contratto, le lavoratrici come Adriana che lavorano in appalto all’interno di un’azienda metalmeccanica e a loro è chiesto il doppio della produzione oraria. “Perché siamo sempre sotto ricatto”. E poi i lavoratori dello studentato di San Bartolomeo che come ha ricordato Stefano con il prossimo cambio appalto temono di veder cancellato il loro contratto integrativo; come i lavoratori e le lavoratrici delle portinerie dell’Università che temono lo stesso destino con una perdita che potrà pesare anche per 300-400 euro al mese è stato ricordato.

Abbattere i costi è l’unico obiettivo che ha guidato gli amministratori pubblici che ormai vent’anni fa hanno deciso di esternalizzare i servizi - è l’accusa della Filcams – senza mai preoccuparsi a spesa di chi. Da anni denunciamo che a pagare sono i lavoratori e le lavoratrici, peraltro i segmenti più deboli perché lavorare sotto la spada di Damocle del cambio di appalto non è semplice. “Né con la precedente maggioranza né oggi si intende assumersi la responsabilità di una decisione che tuteli i lavoratori e le lavoratrici. I nostri appelli fino ad oggi sono sempre stati ignorati, dunque siamo

pronti ad agire per tutelare questi addetti in vista dei prossimi importanti cambi di appalto”, hanno detto Roland Caramelle, Paola Bassetti e Francesca Delai della Filcams del Trentino.

Per il sindacato di via Muredei la strada per uscire da questa situazione è una sola: finalmente una scelta politica forte che inverta la rotta sui servizi e la tutela del lavoro. La regione Toscana si è già mossa in questa direzione con una legge, dell’aprile di quest’anno, che per tutelare la stabilità del personale nel cambio appalto stabilisce che le stazioni appaltanti devono tenere conto, nella valutazione dell’offerta economica, del riassorbimento di tutto il personale e del mantenimento delle condizioni retributive e normative. “Una buona legge che dovrebbe essere presa d’esempio anche dalla Provincia di Trento a cui ricordiamo anche che i servizi non si toccano perché sono già stati ridotti ai minimi termini e il costo del lavoro deve essere la priorità assoluta da tutelare ad ogni cambio di appalto”. Difficile, però, pensare che si vada in controtendenza rispetto al passato se il disegno di legge sulla semplificazione reintroduce il massimo ribasso e il subappalto. “Le responsabilità sono datate nel tempo, chiediamo però a chi oggi governa di essere coerente con quanto ha sempre sostenuto dai banchi dell’opposizione, dunque di tutelare i lavoratori e difendere i servizi”. In vista del rinnovo, nel 2020, dell’appalto della sanità, che coinvolgerà più di 800 lavoratrici, la Filcams propone la definizione di un accordo quadro tra Azienda sanitaria, assessorato e sindacati, che ancora prima delle stesura del capitolato d’appalti, definisca le linee guida vincolati per tutelare i lavoratori, precisando contratti di applicazione, il mantenimento delle condizioni e la reintroduzione, come fatto in Toscana, dell’articolo 18.

Per Filcams i lavoratori degli appalti si tutelano anche con varie forme di contrattazione territoriale e di filiera, che abbiano a riferimento una legge provinciale realmente tutelante per i lavoratori. “Oggi c’è chi tra le ditte locali invoca la tutela del sistema trentino, spaventato dalla concorrenza dei grandi gruppi nazionali ed internazionali. L’unico argine, però, è fare contrattazione d’anticipo definendo accordi territoriali che tutelino le condizioni retributive e di lavoro degli addetti: chi oggi viene in Trentino da fuori lo fa perché da noi costa meno pagare i lavoratori; non c’è una contrattazione integrativa ma solo un contratto nazionale. L’integrativo del turismo è fermo dal 1989, quello dei multiservizi, per opposizione delle controparti datoriali, non è mai partito. In quei territori dove hanno intrapreso questa strada sono riusciti a tutelare il lavoro e le realtà locali a vantaggio dei servizi e dell’intero sistema. Il Trentino in questo caso si contraddistingue per una visione miope”.




Trento, 10 maggio 2019



 

 

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