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La Cooperazione trentina, i diritti dei lavoratori, l'azione rivendicativa della Cgil: spunti per la discussione

Soci, dipendenti e "padroni"

La Cooperazione trentina, i diritti dei lavoratori, l'azione rivendicativa della Cgil: spunti per la discussioneIntervento di Carlo Toniatti, delegato Fp Cgil – 28 luglio Si sta sviluppando sul giornale “l'Adige” un proficuo dibattito sulla reale situazione dei lavoratori, soci e non soci, operanti nelle cooperative sociali. Il 25 luglio scorso i vertici della cooperazione trentina affermavano - in una replica al sindacalista della Fp Cgil Michele Olivieri, che nel mondo cooperativistico trentino non esisterebbero discriminazioni tra lavoratori dipendenti e soci lavoratori e che il lavoro in cooperativa mirerebbe a creare una società di donne e uomini liberi ed uguali. Benissimo, diciamo noi. Chi potrebbe contestare i concetti di libertà ed eguaglianza, sono principi sanciti in tutte le Costituzioni democratiche dal 1789 in poi. Non si può però accettare che questi due ideali siano usati come paravento per occultare la realtà: il lavoratore in cooperativa è oggi uno tra i lavoratori meno pagati. Quali sono le cause della precaria situazione economica del lavoratore in cooperativa? A nostro avviso, se siamo arrivati a ricevere stipendi poco sopra la soglia di povertà, dequalificando l'importanza del ruolo che un operatore sociale svolge, è anche perché manca nelle maggioranza delle cooperative e nei vertici della Cooperazione Trentina una cultura sindacale. E per cultura sindacale non si intende contrapposizione pura e dura contro un supposto «padrone», si intende piuttosto un rapporto di concertazione dialettico dove l'istanza del lavoratore è rappresentata in modo trasparente e democratico, è organizzata sindacalmente attraverso rappresentanti dei lavoratori eletti dai lavoratori stessi. Il mondo cooperativo può fare a meno della rappresentanza sindacale, perché il socio lavoratore è anche imprenditore di sé stesso? Noi pensiamo proprio di no e crediamo fermamente che l'azione sindacale sia necessaria per dare al lavoratore e al socio lavoratore quella contrattualità che è il mezzo per l'accrescimento di quel ben - essere, non solo economico, cui tutti noi giustamente tendiamo. Ci aspettiamo quindi dai vertici del composito mondo della Cooperazione Trentina un atteggiamento più laico e più aperto rispetto all'azione sindacale e siamo convinti che di questo ne trarranno giovamento in primis gli utenti, vale a dire i fruitori del servizio. Usare i valori che portano avanti le cooperative, che non sono di loro esclusiva proprietà, per avallare un sistema che da una parte permette di erogare servizi a costi estremamente contenuti, ma dall'altra si regge sulla prestazione d'opera di lavoratori sottopagati, questo è, crediamo per chiunque, inaccettabile. Ricordiamo infine che la proposta economica per il contratto di secondo livello avanzata dalla Federazione delle Cooperative è stata respinta all'unanimità dai delegati sindacali di tutte tre le Confederazioni sindacali, quindi non solo dagli iscritti alla Cgil. ---------- Michele Olivieri, responsabile assistenza Fp Cgil - 26 luglio 2006 Sono costretto ad approfittare degli spazi che L'Adige vuole mettere a disposizione per chiarire alcuni punti del mio intervento del 24 luglio scorso, e se possibile approfondirli, giacché sembra proprio che la Federazione trentina, con il pezzo di ieri, non ne abbia colto le critiche e soprattutto, lo spirito. Non è dato capire l'impeto dell'intervento a difesa di un sistema che nessuno ha mai inteso discutere nelle sue fondamenta. La valenza storica e politica, passata e presente, della cooperazione costituisce, per l'economia e la condizione sociale di questo Stato e del nostro territorio in particolare; essa rappresenta una risorsa e un valore aggiunto tipico del Trentino. Non è ignorabile il ruolo economico che la cooperazione svolse e continua ad esercitare anche nei momenti bui della nostra storia, soprattutto nei confronti della parte disagiata della società. Peraltro, chi vive a stretto contatto con i lavoratori, soci o non soci, ascolta storie e vicende che non parlano di una realtà a sé stante nel mondo del lavoro, ma di disagi ed esperienze lontane dalla tradizione sopra descritta, che mettono fortemente in dubbio, per primi nei lavoratori che le raccontano, la "diversità" del modello cooperativo. Infatti, molte volte la persona stessa conclude dicendo: "e pensare che credevo che le cooperative fossero differenti!" Garantisco che risulta difficile spiegare loro che lì non esiste un "Padrone": arrivano alla stessa conclusione cui giungo io, funzionario sindacale, quando nelle trattative con il presidente o il direttore di turno sento affermare: "ma anch'io sono un dipendente!". Ora, si provi a spiegare ad un lavoratore socio, il suo "essere imprenditore di se stesso"; proviamo a spiegarlo, ad esempio, ad un assistente domiciliare che lavora ad intervento, cioè solo le sue ore sull'utente sono lavoro effettivo, le altre di spostamento tra un intervento e l'altro non sono conteggiate e che pertanto si ritrova immancabilmente in debito! Oppure lo si spieghi a quei soci che, causa dissesti economici della cooperativa, si vedono privare di parte dello stipendio. Non si vede in loro, si creda, una particolare gioia nel contribuire al bene della cooperativa! Se chi è parte di un sistema che dice di voler evitare discriminazioni di tipo contrattuale ignora questo, non rende un servigio alla cooperazione. Se chi si proclama alleato delle Organizzazioni sindacali ignora la richiesta di dialogo al momento di redigere il tanto famoso regolamento, oppure invoca l'aiuto del sindacato solo a cose fatte, cioè dopo avere perso la gara di appalto a favore di una cooperativa veneta, sceglie una strada ben precisa, che forse può essere il meglio per il sistema: mi si consenta di dubitarne. È ben presente in chi scrive il dato di fatto che la cooperazione trentina mantiene delle caratteristiche di miglior favore rispetto a quella del resto d'Italia: ma che ciò non rimanga un vanto fine a sé stesso (e le recenti proposte economiche della Federazione per il contratto di secondo livello, fermamente respinte dai delegati delle 3 Confederazioni sindacali, dicono chiaramente peraltro che la differenza si sta assottigliando notevolmente). Piccola chiosa finale: per come li descrive la Cooperazione trentina, che i modelli di mondo possibile siano o il capitalismo (padroni da una parte e dipendenti dall'altra) o il cooperativismo (il grande patrimonio premessa per l'autentica democraticità del sistema), pare, economicamente e filosoficamente, una forzatura bella e buona. ---------- “Cooperazione Trentina” - 25 luglio Pensavamo di avere, nella Cgil, un alleato nella nostra battaglia di difesa dei lavoratori delle cooperative. È una battaglia che noi combattiamo da molto tempo, e che vuole evitare discriminazioni di tipo contrattuale tra dipendenti e soci lavoratori. Anche per questo nel gennaio 2004 la Cooperazione Trentina ha siglato un documento in cui si impegna a garantire, per le proprie associate, che i soci lavoratori abbiano un trattamento economico e normativo non inferiore a quello previsto dai contratti di lavoro. Il documento, in sostanza, dice no alla legge Biagi nella parte che riguarda i rapporti contrattuali dei soci lavoratori. Cioè noi abbiamo detto NO! - sottolineiamo - ai vantaggi che la legge riserva alle cooperative. A nostro parere le cooperative si creano perché i soci stiano meglio che sotto padrone e non peggio. Ricordiamo però al sindacalista che gli uomini e le donne liberi sanno che "star meglio" non corrisponde sempre (anzi quasi mai) unicamente al trattamento economico e spesso scelgono consapevolmente altre forme di ben-essere. Questo è ciò che abbiamo ribadito alla delegazione parlamentare nell'incontro di qualche settimana fa. Ora, Michele Olivieri della Fp Cgil vorrebbe chiamarci in causa per i comportamenti poco democratici di talune cooperative nei confronti dei soci lavoratori. Non ci stiamo. Noi non rinunceremo mai a ribadire che il socio lavoratore è prima di tutto un socio, imprenditore di se stesso, consapevolmente responsabile del proprio ruolo e del modello democratico che ne contraddistingue l'azione. Un ruolo che in cooperazione non lo renderà mai schiavo di nessuno. Questa è la cooperazione che vogliamo, che perseguiamo, che cerchiamo di attuare con tutte le nostre forze. E che - ci si permetta - in Trentino siamo riusciti in gran parte a realizzare, complice un favorevole tessuto economico e sociale che ha permesso la nascita e la crescita di un sistema cooperativo a rete molto diffuso e condiviso. Puntiamo ad una società di uomini e di donne liberi ed uguali. Per questo consideriamo miopi e poco lungimiranti le prese di posizione di chi, come il sig. Olivieri, non vede che il grande patrimonio della cooperazione è una delle premesse indispensabili di una società autenticamente democratica. Ci sembra una ben misera prospettiva quella che si pone come obiettivo una società regolata eternamente da rapporti fra padroni e dipendenti. ---------- Michele Olivieri , responsabile assistenza Fp Cgil – 24 luglio Sull'Adige di martedì 6 luglio scorso è stato pubblicato un articolo titolato «Le Coop chiedono attenzione», nel quale si racconta di un incontro tra i rappresentanti trentini in parlamento e il consiglio di amministrazione della Federazione dei consorzi. Il pezzo illustra, in veloce rassegna, gli argomenti di sofferenza delle cooperative le quali, è lecito immaginare, abbiano chiesto adeguati e risolutivi interventi legislativi ai nostri onorevoli in materia, ad esempio, di Ici e Iva. Sempre en passant, l'articolo si occupa della condizione svantaggiata del socio lavoratore, evidenziandone la posizione di sostanziale serie B rispetto al lavoratore semplice, grazie, si legge, alla ben nota legge Biagi. Si dice, giustamente, che per il socio lavoratore sono derogabili in peggio le condizioni del contratto collettivo nazionale di lavoro (possibile non retribuzione dello straordinario, giorni di malattia non retribuiti, minori giorni di ferie). È tutto vero, ma non è tutto. Bisogna aggiungere, sempre grazie al famoso regolamento interno, la possibile riduzione forzosa di stipendio ma anche di orario di lavoro, l'obbligo di dimissioni da lavoratore nel caso di dimissione da socio, la sostanziale impossibilità di essere delegato sindacale, in quanto obbligati dall'assoluto vincolo del silenzio sulle vicende interne della cooperative (tutte, senza esclusione). A non voler elencare quanto capita, sempre ai soci, se sul nostro territorio arrivano cooperative da fuori regione, vincendo appalti scritti malissimo (e perciò vinti da cooperative «esterne»), grazie all'applicazione, non solo ai soci ma all'intera compagine dei lavoratori, di condizioni ancora peggiori. Tutte ragioni che inducono il Sindacato a sconsigliare vivamente al lavoratore di assumere la qualità di socio, se a questa non corrisponde un'effettiva posizione decisionale nella cooperativa. Troppe volte è socio solo nella forma (e nella sostanza dei doveri): in realtà è una figura di paglia, totalmente incapace o impossibilitato ad incidere nei meccanismi decisori della cooperativa (non partecipa alle assemblee, non esercita i suoi diritti). Tutto questo, tacendo delle numerose volte in cui l'essere socio è condizione preliminare indispensabile imposta per accedere all'impiego. Quindi, se nell'incontro la Federazione ha lamentato la condizione del socio, si tratta di vere e proprie lacrime di coccodrillo: solleciti piuttosto i suoi associati a rivedere le clausole capestro dei regolamenti, approvati, a suo tempo, sulla base di un modello fornito proprio dalla Federazione stessa.

 

 

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