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Giorno della memoria 2019. La voce dei testimoni

Il 27 gennaio ricorre il 74esimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz. In tutto il mondo il ricordo delle vittime dell'Olocausto

La parola a un testimone: il brano è tratto dal libro di Trudi Birger, Ho sognato la cioccolata per anni. Edizioni PIEMME


Mia madre ed io avanzammo di un passo nella lunga fila di donne che a centinaia, forse a migliaia, si affollavano, sotto lo sguardo indifferente delle guardie, in uno spazio aperto, vestite con abiti smessi, con ai piedi rozzi zoccoli di legno e le facce sbiancate dalla paura. Sui loro volti non c'erano sorrisi, né lampi di riconoscimento, niente all'infuori di una terrorizzata apatia.

Quasi tutte tenevano gli occhi bassi, fissi sulla terra battuta che, prima di loro, era stata calpestata da altre anonime schiere, vite umane ridotte a grumi di paura e rassegnazione.

Aspettavamo che ci annunciassero la nostra sorte definitiva: o la vita o la morte. La guerra durava già da anni e tutte noi avevamo imparato a conoscere i nazisti.

Alcune delle donne che avevano viaggiato sul treno proveniente dal ghetto di Kovno, in Lituania, si conoscevano ma adesso a noi se n'erano unite altre, provenienti da tutta Europa, separate da barriere linguistiche e isolate dalla paura.

Mia madre ed io eravamo rimaste sole, senza amici o parenti a cui aggrapparci. Potevamo contare unicamente l'una sull'altra. Mio padre e mio zio erano stati fucilati. I genitori di mia madre e il fratello sopravvissuto avevano preferito nascondersi in un bunker quando i tedeschi avevano liquidato il ghetto di Kovno, nella speranza di riuscire a resistere fino all'arrivo dei russi. Non sapevamo se se l'erano cavata, e sarebbero passati anni prima di scoprire quale fine atroce avevano fatto. E noi, che attendavamo in silenzio, eravamo consapevoli di rischiare il tutto per tutto,

Nonostante fossi solo una ragazzina, mi era già toccato molte volte di affrontare simili situazioni.


Tre giorni prima, allo scalo ferroviario di Kovno, ci eravamo trovati in mezzo alla confusione e al panico. I soldati ci spingevano brutalmente, senza concederci nemmeno il tempo di salutare i nostri cari. Tra grida e spintoni ci avevano costretti a separarci. Per loro era solo un problema di organizzazione. Senza preavviso, avevano isolato gli uomini dalle donne e ci avevano caricato a migliaia sui treni. Fu allora che perdemmo contatto con il mio fratello maggiore, Manfred.

I nazisti non ci permisero di portare con noi niente, all'infuori dei vestiti che indossavamo. Quando arrivammo al campo, ci radunarono in un immenso capannone, ci fecero spogliare e ci portarono via anche quelli. Per quanto laceri e sporchi, costituivano tutto quello che ci era rimasto. Non ci lasciarono nulla neanche una forcina per i capelli. Gli abiti che ci avevano dato erano già stati usati molte volte, abiti civili con la stella gialla cucita sulla schiena, e non la divisa a righe indossata, dall'altra parte del filo spinato, dai prigionieri polacchi, feroci criminali che si occupavano del campo.

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