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Giorno della memoria 2018. La voce dei testimoni

Per non dimenticare mai l'orrore


Il 27 gennaio ricorre il 73esimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz. In tutto il mondo si ricordano le vittime dell'Olocausto. Tra le vittime bisogna ricordare anche gli omosessuali che furono internati nei campi di concentramento; per questo si parla anche di omocausto.

Testimonianze si trovano nel libro di Lewis Oswald: “Homocaust” del quale riportiamo un brano trovato in rete; https://lapromenadecult.wordpress.com/2012/01/28/o...

Omocausto, sterminio di omosessuali nei lager nazisti

“(Nei campi di concentramento nazisti) di regola la giornata iniziava alle sei del mattino o alle cinque se d’estate e in poco meno di mezz’ora dovevamo essere lavati, vestiti e aver rifatto i nostri letti proprio come i militari.
Se ti avanzava del tempo potevi fare colazione il che significava mandare giù velocemente una zuppa di farina calda o tiepida e mangiare un tozzo di pane. Poi dovevamo posizionarci in file di otto nella piazza per l’appello mattutino.
Seguiva il lavoro, in inverno dalle 7.30 fino alle 17.00 mentre in estate dalle 7.00 fino alle 20.00, con una pausa di mezz’ora sul luogo di lavoro.
Dopo il lavoro, dovevamo tornare direttamente al campo e disporci immediatamente per l’appello serale”,

testimonianza di Heinz Heger (pseudonimo) da ‘The Men with the Pink Triangle’


Lavori Forzati

Agli omosessuali erano spesso assegnati i lavori più estenuanti da fare nel campo e molti di loro morivano distrutti dalla fatica. Costretti a trasportare pesanti massi nelle cave molti di loro riportavano terribili infortuni.
Altri di questi lavori consistevano nello spostare quantità di pietre inutili per giorni e giorni da una parte all’altra del campo, con il solo scopo delle SS di eliminare lo “spirito omosessuale”.
A partire dal 1943 le SS avevano iniziato il “Programma di Sterminio attraverso il Lavoro Forzato” specificatamente progettato per condurre alla morte omosessuali e criminali.
“Durante la mattina dovevamo trasportare la neve fuori dal nostro blocco e spostarla dal lato sinistro a quello destro della strada.
Viceversa nel pomeriggio dovevamo trasportare di nuovo la stessa neve dal lato destro al lato sinistro della strada…
Dovevamo spalare la neve con le nostre mani, le nostre nude mani, senza alcun guanto di protezione. Lavoravamo a coppie…
… Questa tortura psichica e fisica durò sei giorni fino a che un nuovo “Triangolo Rosa” di prigionieri non fu assegnato al nostro blocco e prese il nostro posto.
Le nostre mani erano completamente spaccate e mezze congelate; eravamo diventati schiavi muti e insignificanti delle SS”,

testimonianza di Heinz Heger (pseudonino) da ‘The Men with the Pink Triangle’.


I gay sono stati trattati con particolare disprezzo non solo dalle SS ma anche da molti degli altri detenuti che li consideravano come dei pervertiti degenerati.
La vita nei campi era una vita solitaria che metteva a dura prova la resistenza psichica indipendentemente dal periodo di tempo trascorso.
Di fronte a tanto odio e degradazione non c’è da sorprendersi che molti si suicidassero correndo contro le recinzioni elettrificate anziché continuare a sopportare la persecuzione.
Nonostante l’ostilità di molti detenuti nei campi, alcuni Triangoli Rosa riuscirono comunque a integrarsi e ad aiutare gli altri.
Per esempio, Kitty Fisher, una detenuta ebrea deportata ad Auschwitz nel 1944 all’età di 16 anni, attribuisce a un detenuto dal Triangolo Rosa la sua sopravvivenza e quella di sua sorella.
Al suo arrivo al campo, un prigioniero che si trovava ad Auschwitz già dal 1940, la aiutò. La aiutava con il cibo e cercava di confortare lei e sua sorella dando loro speranza.
Prima di vederla per l’ultima volta, lui la indirizzò verso una grande selezione che in definitiva serviva per liquidare il campo.
Le disse di far finta di essere una tessitrice e di dire alle SS che lei e sua sorella erano addestrare.
Questo consiglio le salvò la vita: “Possa essere benedetta la sua memoria perché lui ha contribuito alla mia salvezza”.


Punizioni

Le pene per reati vari nei campi includevano il tree hanging, ovvero un palo alto con un gancio al quale venivano agganciate le mani ammanettate del detenuto dietro la schiena.
Il peso del corpo tirava le braccia verso l’alto con conseguente dolore lancinante delle spalle sotto lo sforzo. Le SS chiamavano questa punizione “la foresta cantante”. Il gay sopravvissuto Heinz Dörmer ricorda ancora “le urla e le grida disumane”.
Per metà anno sono stato tenuto piegato… Le mie mani erano legate alle mie caviglie. Quando mi portavano il cibo, la ciotola era sul pavimento; loro lo versavano da sopra e questo si rovesciava per terra.
Io ho dovuto leccarlo con la lingua. Noi non potevamo uscire, perciò i nostri pantaloni erano sporchi.”,

testimonianza di Paul Gerhard Vogel, sopravvissuto.


Un’altra punizione diffusa era l’horse: una panca di legno su cui la vittima veniva legata supina, gambe e braccia legate alle gambe, prima di essere colpito più volte con un oggetto contundente o una frusta.
Altre forme di punizione includevano lo stare in piedi per ore e ore o al calore del giorno o nel freddo della notte oppure strisciare più e più volte lungo il pavimento di cemento su gomiti e ginocchia.
Tutte queste punizioni venivano effettuate di fronte agli altri detenuti per l’umiliare il condannato.
“Due uomini delle SS hanno portato un ragazzo al centro della piazza… …Le SS lo spogliarono e infilarono la sua testa in un secchio.
Poco dopo questi aizzarono i loro feroci pastori tedeschi contro di lui: i cani da guardia prima morsero il suo inguine e le sue cosce e infine lo sbranarono proprio di fronte a noi.
Le sue grida di dolore erano distorte e amplificate dal dolore della sua testa intrappolata. Il mio corpo irrigidito vacillava, i miei occhi erano sgranati dal terrore, le lacrime scorrevano sulle mie guance e pregavo con tutto me stesso che quel dolore finisse in fretta.”,

testimonianza di Pierre Seel, “Liberation Wars for Others”.


A volte le SS costringevano tutti i prigionieri a guardare le esecuzioni più atroci. Queste manifestazioni pubbliche di orribile violenza sarebbero state secondo loro un deterrente a qualsiasi pensiero di rivolta e avrebbero creato un clima di terrore e di solitudine.
In alcuni campi i triangoli rosa erano alloggiati insieme ad altri detenuti, ma a volte, come ad esempio a Sachsenhausen, speciali baracche vennero erette apposta per loro, al fine di segregarli.
In questi blocchi i triangoli rosa erano obbligati a dormire con le mani ben visibili al di fuori della sottile coperta per evitare qualsiasi contatto fisico con gli altri detenuti che condividevano la cuccetta.
La luce artificiale o anche il rumore degli altri detenuti rendeva poi più difficile prendere sonno per un lungo periodo di tempo.
“Chiunque fosse stato trovato con la sua biancheria sul letto o con la sua mano sotto la coperta (e i controlli erano effettuati quasi ogni notte) veniva preso e veniva bagnato con diverse ciotole di acqua fredda prima di essere lasciato fuori per almeno un’ora. Solo pochi riuscivano a sopravvivere a questo trattamento”,

testimonianza di Heinz Heger (pseudonimo) da ‘The Men with the Pink Triangle’.


Relazioni

Nonostante le dure condizioni nei campi, o anche proprio a causa di ciò, nacquero delle relazioni. I sopravvissuti parlano di forti legami sessuali ed emotivi che esisteva tra i detenuti e i comandanti del campo, e anche in alcuni casi con le SS.
Alle guardie poi piaceva prendere un prigioniero e tenerlo come “animale da compagnia”. In assenza di donne inoltre, le pulsioni sessuali travalicavano i confini sessuali.
I “fortunati” che venivano scelti come “animali da compagnia” riceveranno razioni alimentari supplementari in cambio di favori sessuali e spesso evitavano il duro lavoro.
Mentre la maggior parte di queste relazioni erano chiaramente dovute alle condizioni disperate in cui si trovavano e a tattiche di sopravvivenza, altre invece erano sorrette da un affetto sincero di fronte a un disagio inimmaginabile.


Esperimenti

Come se il duro lavoro fisico e le brutali punizioni non fossero sufficienti a dare l’idea del clima di disperazione e terrore, un’altra pratica diffusa erano gli esperimenti.
Molti omosessuali furono anche selezionati per i vari esperimenti medici effettuati dai dottori delle SS.
Ad Auschwitz Birkenau per esempio, il medico SS, il dottor Carl Vaernet tentò di liberare gli uomini gay dalle loro tendenze omosessuali attraverso l’inserimento chirurgico di capsule di testosterone.

Lewis Oswald tratto da Homocaust, liberamente tradotto da Luca Giacomelli e Giacomo Viggiani.

 

 

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