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Industria Italiana Porfido, lavoratori in sciopero contro possibili licenziamenti

Marighetti, Fillea CGIL: «Chiediamo all’azienda di accettare l’aggregazione dei lotti per salvare i posti di lavoro. Altrimenti, Comune e Provincia ritirino la concessione».

Sono in sciopero da venerdì scorso e continueranno a oltranza fino al prossimo giovedì pomeriggio. I lavoratori di Industria Italiana Porfido, azienda operante nella cava n.13 di Albiano, località Montegaggio, dicono «No» ai licenziamenti che secondo quanto paventato dall’azienda potrebbero scattare a fine agosto.

A rischiare di perdere il posto sono 5 operai specializzati per un’azienda che già negli ultimi anni ha visto calare il numero dei suoi dipendenti da 50 a 35, fino agli attuali 15.

L’ipotesi di licenziamento è stata resa nota dieci giorni fa, una volta conclusosi il contratto di solidarietà che prevedeva la riduzione di orario del 75%. «Ormai abbiamo esaurito tutti gli ammortizzatori sociali ma riteniamo inaccettabili questi altri 5 licenziamenti. Specie perché - spiega Moreno Marighetti, Fillea CGIL, durante conferenza stampa tenutasi questo pomeriggio presso la mensa di Albiano – con SO.GE.CA, la società che gestisce le cave, e il Comune di Albiano, avremmo trovato una possibile soluzione: l’accorpamento dei lotti».

L’accorpamento, infatti, darebbe la possibilità all’azienda di continuare a lavorare e ai lavoratori di salvaguardare il posto di lavoro. Nello specifico, sarebbero accorpati il lotto n.13 dell’Industria Italiana Porfido con il lotto n.14 della S.E.P.A e il n.15 di E.L.P.P.A. In alternativa, si potrebbe procedere con l’aggregazione di lotti, modalità secondo la quale le aziende, pur suddividendosi il materiale da lavorare, potrebbero lasciare inalterata la loro struttura societaria. «Purtroppo – precisa Marighetti – anche questa mattina l’azienda ha ribadito l’intenzione di procedere con i licenziamenti e di non seguire la via dell’accorpamento o dell’aggregazione».

«Siamo molto dispiaciuti perché abbiamo dimostrato che una via d’uscita è possibile. Industria Italiana Porfido è un’azienda storica, ci auguriamo quindi che sia in grado di tutelare lavoratori che sono impiegati in questo settore da almeno 20 / 30 anni e che sono difficilmente ricollocabili sul mercato del lavoro. Del resto – concorda Fabrizio Bignotti, Filca Cisl – la qualità di un imprenditore si vede proprio in momenti di difficoltà. È ora che smettano di essere passivi e cambino mentalità».

Scegliendo la via dell’aggregazione o dell’accorpamento, infatti, l’azienda potrebbe continuare a lavorare e altrettanto potrebbero fare i lavoratori, salvaguardando il posto. Inoltre, potrebbe esserci per l’azienda un risparmio del 20% del canone di locazione e una conseguenze riduzione di costi. Un’ipotesi che piace anche al Comune di Albiano con cui ci sarà un nuovo incontro giovedì pomeriggio alla presenza dei sindacati e dei rappresentanti di Industria Italiana Porfido. Fino a quella data, i lavoratori continueranno a scioperare.

«I lavoratori del porfido in generale e di questa azienda in particolare hanno già pagato duramente il costo della crisi: sono stati paragonati a un malato terminale. La soluzione proposta potrebbe essere un buon antibiotico. Auspichiamo che l’azienda possa fare un passo indietro e cogliere questa possibilità. Anche perché – rileva Bignotti - ridurre così tanto la forza lavoro significherebbe bloccare l’avanzamento del fronte cava anche per tutti gli altri con conseguenze molto gravi».

I sindacati e i lavoratori chiedono dunque l’avvio di un lavoro sinergico tra aziende vicine e non solo: un nuovo modo di lavorare più sinergico ed efficace. «Ma – avverte Marighetti – se l’incontro di giovedì pomeriggio non dovesse essere risolutivo e l’azienda dovesse dirsi ancora decisa a procedere con i licenziamenti, chiederemo al Comune di ritirare la concessione. E qualora il Comune non dovesse essere disposto a una simile azione, chiederemo l’intervento della Provincia per mancato rispetto della salvaguardia dei livelli occupazionali». «Il porfido – conclude – è un bene comune: se l’azienda non rispetta le condizioni, la concessione deve essere ritirata».

 

 

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