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Edilizia, le nuove norme su cassa integrazione aggravano la crisi occupazionale alimentando speculazioni imprenditoriali inaccettabili

I sindacati: si faccia ricorso alla delega sugli ammortizzatori sociali per trovare una soluzione. Solo per questa ragione persi in pochi mesi diverse centinaia di posti di lavoro

Nessun segnale di ripresa per l'edilizia trentina. Almeno sul fronte dell'occupazione. In otto anni gli occupati del comparto si sono quasi dimezzati, passando dai 18mila addetti del 2008 a 9.500 del 2016. Identico drastico calo anche sul piano delle ore lavorate che nello stesso lasso di tempo si sono ridotte del 50 per cento. E anche guardando agli anni più recenti la situazione non appare meno drammatica: negli ultimi due anni, testimoniano ancora i dati della Cassa edile, il calo di lavoratori e ore lavorate è stato del 25 per cento. Negli ultimi due anni, sono stati bruciati 2000 dei 9000 addetti. “Siamo di fronte ad una situazione molto difficile – denunciano i tre segretari provinciali di Fillea Cgil, Maurizio Zabbeni, Filca Cisl, Fabrizio Bignotti e Feneal Uil, Gianni Tomasi -. Se in altri settori si sta verificando una timida ripresa, non altrettanto avviene nelle costruzioni. In questo comparto siamo di fronte ad una vera e propria emorragia di posti di lavoro”.

Per il sindacato tra le ragioni c'è ovviamente la pesante crisi economica che ha penalizzato fortemente il settore edile in tutta Italia e dunque anche in provincia, ma non solo. “Abbiamo pagato il prezzo di aziende poco strutturate, piccole e non competitive e di una profonda crisi di commesse – ammettono -. Adesso però che in altre parti del Paese qualcosa comincia a muoversi, da noi tutto resta fermo anche perché la Provincia, insieme agli enti locali tra i principali committenti, ha promosso una politica di drastica riduzione dei lavori pubblici, calati del 60% nel 2016”.

A questa situazione già complessa si aggiunge un ulteriore problema, la gestione della cassa integrazione, sia quella legata al calo di commesse sia quella cosiddetta “invernale”. Di fronte alle modifiche normative introdotte con il Jobs act e alle nuove procedure messe in atto di conseguenza dall'Inps, le aziende preferiscono licenziare piuttosto che ricorrere alla cassa integrazione. “C'è stato un oggettivo irrigidimento di questo strumento – ammettono i tre segretari -. Ciò però non giustifica la reazione di molte imprese edili che ha prodotto un'accelerazione nei licenziamenti”. Si stima che siano qualche centinaia i posti di lavoro persi per questa ragione e la Cassa edile ha già riscontrato un calo del 7,61% nel mese di novembre 2016 sullo stesso periodo dell'anno precedente. Significa ancora 500 lavoratori dipendenti in meno iscritti in cassa edile. Nel mese di dicembre, proprio in relazione allo “spauracchio” cassa integrazione, come evidenziano i dati dei centri per l'impiego, si registra una ulteriore accelerazione sul fronte licenziamenti.

“Sicuramente i passaggi burocratici sono più pesanti, ma la questione vera è che la nuova normativa ha prodotto una deresponsabilizzazione del sistema: oggi un imprenditore piuttosto che assumersi la responsabilità di dire che ricorre alla cassa integrazione per calo commesse preferisce licenziare. Con la conseguenza che a pagare il conto sono ancora e solo i lavoratori. Questa situazione di incertezza aggrava ulteriormente la crisi del comparto. Siamo passati ad una situazione di chiusura totale”. L'alternativa ai licenziamenti significa lavorare in condizioni proibitive, che mettono a rischio la salute e la sicurezza negli ambienti di lavoro. Ogni giorno numerosi lavoratori contattano le sedi sindacali chiedendo se sia vero che non esista più la cassa integrazione come gli avrebbe spiegato il proprio datore di lavoro, costringendoli a lavorare a -10 gradi ovvero in cima ad un tetto innevato.

Nelle prossime settimane i segretari generali incontreranno le associazioni datoriali e i consulenti del lavoro perché sensibilizzino i datori di lavoro sulla materia e per arrivare alla definizione di protocolli d'intesa specifici. “Non è accettabile – insistono Zabbeni, Tomasi e Bignotti – che dopo la crisi alcuni imprenditori vedano nella rigidità dell'Inps una nuova opportunità di fare ulteriore “pulizia” all'interno delle proprie aziende di lavoratori indesiderati. Quello che abbiamo di fronte non è un problema che riguarda solo i lavoratori. E' importante che altre le associazioni di categorie e gli esperti in materia, convergano su questo tema per individuare insieme delle soluzioni”

Nelle scorse settimane i sindacati hanno incontrato la direzione regionale e provinciale dell'Inps nel tentativo di trovare una soluzione. Ma non è stato sufficiente. Addetti ai lavori riportano che le soluzioni prospettate in sede “politica” non trovino riscontro successivamente in sede tecnica. “La strada da percorrere per noi è quella della delega sugli ammortizzatori sociali – rimarcano -. Chiediamo all'assessore Alessandro Olivi di riattivare le commissioni paritetiche che valutavano i requisiti per il riconoscimento della cassa integrazione, che la legge ha abrogato, e di verificare l'agibilità massima che consente la delega, agendo anche sui requisiti di accesso all'ammortizzatore stesso. “I lavoratori del settore edile non siano abbandonati a se stessi per la seconda volta. Prima il crollo di investimenti pubblici, ed ora la rigidità della cassa integrazione. Tutto si scarica alla fine sempre sull'anello più debole della catena rappresentato dai lavoratori dipendenti. E' ora che il sistema Trentino si faccia carico seriamente della questione. Siamo per creare un sistema amico delle imprese, che le aiuti nell'attivazione dell'ammortizzatore e che, al contempo, eviti gli abusi, in ogni senso”, concludono Zabbeni, Bignotti e Tomasi.





Trento, 17 gennaio 2017

 

 

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