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Confronto sul contratto a tutele crescenti: necessario superare il dualismo generazionale, ma dubbi sull'efficacia della nuova riforma

Oggi, per la cerimonia di premiazione delle migliori tesi di laurea sul lavoro, tavola rotonda tra economisti e giuristi sul Job Act

Il sistema produttivo italiano è attraversato da un profondo cambiamento che impone una riforma radicale delle regole del lavoro. Se il Job Act, e in particolare il nuovo contratto a tutele crescenti, possa essere all'altezza di questa sfida è stato il tema al centro della tavola rotonda organizzata oggi alla Facoltà di Giurisprudenza, nell'ambito della cerimonia di premiazione delle quattro migliori tesi di laurea sul lavoro da parte di Cgil Cisl Uil del Trentino.

Il confronto, che ha visto protagonisti giuristi ed economisti, è partito dalle tesi contenute nel volume “Job Act. Il contratto a tutele crescenti”, a cura di Maria Teresa Carinci e Armando Tursi. Proprio la professoressa Carinci ha delineato nel suo intervento l'orizzonte in cui dovrebbe inserirsi una coraggiosa riforma del mercato del lavoro. “Prima di ridisegnare le regole è fondamentale comprendere quale impresa può sopravvivere in questo mutato scenario economico e solo a questo punto – ha chiarito – sarà opportuno immaginare le regole necessarie per proteggere i lavoratori. Il Job act non rappresenta una buona soluzione, ma è certo che un cambiamento è indispensabile”.

La sfida a questo punto è come cambiare. Sicuramente coinvolgendo in questo processo di riscrittura anche le parti sociali, tenute ai margini fino a questo momento. Carinci ha richiamato il ruolo del sindacato: spetta ai rappresentanti dei lavoratori, in un quadro mutato, proporre nell'ambito della contrattazione decentrata soluzioni innovative, nuove forme di tutela adeguate al nuovo scenario”.

Dal confronto sugli effetti del Job act sul mercato del lavoro è emerso da giuristi ed economisti, un giudizio abbastanza univoco sull'inadeguatezza della riforma del governo Renzi. Seppur con sfumature diverse.

Tra gli economisti Roberto Tamborini ha sottolineato come “al di là degli incentivi fiscali per le imprese sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato il Job act non è innestato su criteri chiari e innovativi. Rappresenta l'ennesimo aiutino ad un sistema debole che da vent'anni ormai sta declinando nonostante i numerosi aiuti ricevuti”.

Critico anche il giudizio del giurista Matteo Borzaga. “Le riforma Treu e Biagi hanno introdotto dosi massicce di flessibilità sul mercato del lavoro italiano generando un vero dualismo generazionale. Il contratto a tutele crescenti rappresenta il tentativo di superare questo dualismo ponendo al centro il contratto a tempo indeterminato”. Tentativo destinato a fallire, secondo Borzaga, in quanto “alla flessibilizzazione del rapporto di lavoro standard non si associa una stretta sull'uso e l'abuso dei contratti flessibili, come dimostra la smisurata crescita dei voucher. Il rischio è che finiti gli incentivi le imprese continuino a far ricorso ai contratti flessibili”.

L'economista Paola Villa ha, invece, posto l'accento sull'assoluta carenza di politiche attive del lavoro a sostegno dei soggetti più deboli, cioè coloro che perdono l'occupazione. “L'Italia spende appena 64 euro pro capite per chi cerca lavoro. Anche il Job act al di là dei proclami non inverte la rotta perché manca un'idea innovativa per favorire l'incontro tra domanda e offerta. Per di più la riforma sembra tenere ai margini del suo disegno complessivo le parti sociali”.

Molto critica anche l'interpretazione dell'economista Lorenzo Sacconi che ha sottolineato che per rendere più efficace il mercato del lavoro all'Italia serviva più una riforma dei meccanismi di governance che della disciplina dei licenziamenti.

Più cauta la posizione del giurista Riccardo Salomone, presidente di Agenzia del Lavoro, secondo cui il Job Act ha il merito “di aver ridefinito una cornice più stabile al sistema nel suo complesso. Sta adesso ai sindacati e alle imprese compiere passi innovativi in questo sistema”. Salomone ha sottolineato come sia prematuro ancora misurare i risultati, sebbene nel 2015 – ha detto – c'è stata un'importante inversione di tendenza che ha visto crescere i contratti a tempo indeterminato e calare le collaborazioni coordinate e continuative”.

Le conclusioni sono state affidate al segretario della Cgil del Trentino. “È positivo interrogarsi sugli effetti che la riforma del lavoro ha sul mercato dell'occupazione e se questi effetti sono positivi in termini di stimolo di nuova occupazione – ha detto Franco Ianeselli anche a nome di Cisl e Uil del Trentino -. Lo scorso anno c'è stato un incremento di contratti a tempo indeterminato, ma se questo trend sia dovuto alla semplificazione e alla maggiore flessibilità introdotte dal Job Act oppure solo agli incentivi economici, è ancora troppo presto per dirlo. L'auspicio è che si facciano serie valutazioni”. A tal proposito il segretario della Cgil del Trentino ha lanciato la proposta di creare, in Trentino dove pure esiste un istituto di valutazione, maggiori sinergie tra parti sociali e università per avere l'accesso ai dati e alle informazioni complete così da condurre valutazioni serie e complete a vantaggio dell'intera collettività.

 

 

 

 

28 aprile 2016 

 

 

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