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Gli incentivi al part time non discriminano le donne

Il documento di politica del lavoro spinge gli uomini ad assumersi impegni diretti nella cura della famiglia. A part time 41.400 donne contro 8.600 uomini. Tra il 2008 e il 2012 il par

Dichiarazioni di Franco Ianeselli (CGIL del Trentino), Lorenzo Pomini (CISL del Trentino) e Walter Alotti (UIL del Trentino)

 

«Il documento di politica del lavoro è un programma di interventi molto articolato nel quale è inserito uno specifico capitolo dedicato al sostegno all’occupazione femminile. Questo perché, nonostante i segnali positivi registrati nel terzo trimestre di quest’anno, il numero di donne che lavorano in Trentino risulta ancora significativamente insoddisfacente rispetto ai paesi più avanzanti in Europa.

Solo in due casi le agevolazioni riservate agli uomini sono superiori rispetto a quelle previste per le donne: si tratta degli incentivi ai congedi parentali e di quelli per la diffusione del part time per motivi di cura. Anche questi due interventi hanno una ragione specifica: riguardano infatti un impegno - quello della cura dei figli e della famiglia - che grava in maniera spesso sproporzionata sulla componente femminile e che indirettamente provoca profonde discriminazioni tra i generi dentro il mercato del lavoro e nell’accesso al sistema di welfare (le pensioni in primo luogo).

Basti pensare che, per esempio, sul fronte del lavoro a tempo parziale, nel 2014 risultano occupate a part time ben 50.000 persone in Trentino, pari al 21,5% degli occupati, di cui 41.400 sono donne. Se si osservano i dati scomposti per genere emerge quindi che ben il 40,8% delle donne occupate ha un contratto a part time contro il 6,6% degli uomini con un impiego.

A ciò si aggiunge il fenomeno del part time involontario. Come riportato dal 28esimo Rapporto sull’occupazione, in Trentino tra il 2008 e il 2012 le donne occupate a part time perché non hanno trovato un’occupazione a tempo pieno sono passate dal 18,4 al 35,9%. A corredo di questi dati, la professoressa Barbara Poggio, dell’Università di Trento, sottolineava come “il fatto che il part time resti il principale strumento di conciliazione è indice di una generale tendenza, che attraversa sia le politiche programmatorie che le pratiche gestionali, ad appiattarsi su una visione tradizionale dei rapporti di genere nella società, basata sull’esistenza di diverse sfere di pertinenza per donne e uomini all’interno delle famiglie e del mercato del lavoro, senza porla realmente in discussione”.

Non c’è quindi nessun intento discriminatorio nell’offrire un incentivo più alto alla diffusione del part time tra la componente maschile del mercato del lavoro, culturalmente restia a questo tipo di contratto. Semmai si tratta di un meccanismo che vuole contribuire, seppur in minima parte, a riequilibrare una situazione ad oggi fortemente penalizzante per le donne.

Resta poi il fatto che gli interventi previsti dal documento di politica del lavoro sono monitorati periodicamente e valutati da enti esterni, in modo che, al registrarsi di utilizzi impropri degli strumenti agevolativi, si possa provvedere tempestivamente a modificare le previsioni del documento, sebbene, temiamo, non sarà questo il caso».

 

Trento, 30 dicembre 2015

 

 

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