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27 gennaio, il giorno della memoria

Per non dimenticare, la voce dei testimoni: Piero Caleffi,internato a Mauthausen. Nel 1954 raccontò i giorni nel campo di concentramento nel libro “Si fa presto a dire fame”.

27 gennaio, il giorno della memoria

Piero Caleffi, antifascista, più volte incarcerato e condannato. L'ultima parte della guerra lo trova a Genova, dove dal 1943 fa parte della Giunta esecutiva del Partito d'Azione. Nell'agosto 1944 viene catturato dalla polizia e successivamente internato a Mauthausen. Nel 1954 raccontò i giorni dell'internamento nel campo  nel libro “Si fa presto a dire fame”.

«(…) La colpa era dei folli geniali che avevano inventato e organizzato con tanta diabolica perfezione il sistema, quel sistema che iniziava la distruzione della persona umana al suo ingresso, con la spoliazione e la grottesca rasatura e la vestizione con orridi stracci, e proseguiva gettando l'individuo tra il povero bestiame di ogni nazionalità, senza possibilità di linguaggio comune, senza una speranza se non quella istintiva di poter ancora esistere  un giorno....Terminato il “trattamento”, il bestiame umano veniva avviato al lavoro, a un lavoro durissimo, dal quale erano esonerati solo gli inabili che venivano “scientificamente” soppressi. Nessuna pietà per i deboli. Nessuna meraviglia che tutti gli istinti malvagi e turpi dell'uomo, sopiti e dimenticati, nelle convivenza normale, prendessero qui il sopravvento e cancellassero ogni traccia di pietà e di carità e di freno e perfino di pensiero.
Il colmo di tale scientifica perfidia consisteva poi in ciò, che l'organizzazione diretta del campo era affidata agli stessi internati, sotto la sovrintendenza delle SS. Tedeschi, polacchi, spagnoli, cecoslovacchi, jugoslavi, per lo più delinquenti comuni – esclusi generalmente francesi, belgi, olandesi, italiani, russi ed ebrei – avevano gli incarichi burocratici e di disciplina: capo-campo, vice capo-campo, cucina, lavatoio, crematorio, ospedale, blocchi, squadre di lavoro. E chi accettava le incombenze, in compenso di un migliore trattamento e quindi della vita, doveva dominare tutta quella umanità famelica, degradata, imbestialita, con la quale non poteva comunicare se non col bastone. E difendeva il suo privilegio col massimo zelo e quindi con la massima crudeltà.
C'era forse un principio di logica nel “concentrare” in questo inferno i nemici del grande Reich, i volontari della lotta contro il nazifascismo, i combattenti per una idea o per una patria contro la sua tirannia. Noi eravamo destinati alla morte, e ci si dava la morte più tormentosa e abietta. Il “castigo” era sproporzionato alla “colpa”, non sempre accertata ma soltanto presunta, la condanna era stata sommaria, la subdola “grazia” dalla fucilazione o dalla impiccagione per inviarci qui a marcire era stata infame, la segretezza sul genere di quel tremendo castigo gli faceva perdere ogni suo scopo esemplare: ma noi eravamo nemici. C'era un principio di logica.
Quel che appariva fuori da ogni logica, era che fossero con noi gli ebrei, anche i vecchi e i bambini, e intere popolazioni di villaggi russi o polacchi, “rastrellati” nelle città invase, ex carcerati per reati comuni, gravi e lievi, prelevati dalle prigioni di ogni Paese occupato. E tutti a far numero, a mandare avanti l'enorme macchina bellica hitleriana nei campi di lavoro dipendenti dal centro di raccolta di Mauthausen e nei campi degli altri centri sparsi in tutta la Grande Germania, con un lavoro sfibrante di dodici ore al giorno e infimo vitto. Milioni di creature che si avvicendavano nelle tragiche bolge, resistevano un mese, due mesi, e un giorno cadevano a terra con un guizzo appena di vita e venivano gettate, a volte ancora spiranti, nella famelica bocca del crematorio: quando non venivano finite prima a colpi di bastone, o nella cava, o al “campo russo, o nella “carrozza azzurra”.
Quale logica in questo ? quale logica, fosse pure la più assurda la più crudele ? Una logica sola, quella degli inumani e barbarici principi della “responsabilità collettiva” e della “razza eletta”.
Sembrava che i satanici ideatori di questo mondo fuori dal mondo fossero gli strumenti di una logica sovrumana, quella di un dio spietato che volesse sfoltire l'umanità colpevole e infelice, troppo numerosa per essere ancora obbediente e rassegnata (...)».

27 gennaio 2014

 

 

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