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Burli (Cgil):

Intervista sul Corriere del Trentino al segretario generale della Cgil provinciale. Per Burli la logica dell'uomo solo al comando non funziona in politica. 

Burli (Cgil):

TRENTO — Crescita, giovani. Meglio ancora: amplificare la crescita e, a catena, generare occupazione per le giovani generazioni, ormai inghiottite dal gorgo di una crisi soffocante, alla ricerca di un lavoro che non c'è (oppure che nulla c'entra col titolo di studio). Il tema è il medesimo e le diverse coalizioni non possono ignorarlo. Paolo Burli lo ribadisce con chiarezza. Nessuna ricetta magica, nessuna scorciatoia. Il tempo dei comizi demagogici è scaduto. Persino l'atteggiamento passivo della società, in ogni sua componente, non può mutuarsi: «Politica, impresa, società civile, organizzazioni sindacali, tutti devono fare la propria parte» ripete il segretario della Cgil.


Segretario, siamo alla vigilia di una nuova legislatura. In un contesto socioeconomico ormai diversissimo dal 2008, cosa non può mancare nell'agenda della politica?
«Nonostante ci siano piccoli segnali di ripresa, sono troppo fragili per dichiarare che siamo fuori dall'emergenza che negli ultimi cinque anni ha massacrato il sistema economico. Ci sono due priorità, di conseguenza, che noi consideriamo essenziali. La prima: il Trentino deve tornare a crescere. La seconda: dentro la crescita si devono cercare nuove opportunità per i giovani. Questi sono i temi che le coalizioni debbono affrontare. Non esistono scorciatoie, non ci può essere nessuno che durante la campagna elettorale illuda i trentini, fornendo ricette magiche per rilanciare la crescita. Non ci sono nemmeno settori o categorie da privilegiare e non c'è solo un dovere delle istituzioni pubbliche ma, anche, la responsabilità delle organizzazioni datoriali e sindacali. Non possiamo demandare tutto alla politica. Al contrario: le forze del Trentino devono sapere che se queste sono le priorità, tutti noi dobbiamo fare la nostra parte».

Cita il mondo datoriale. Diego Mosna e Roberto De Laurentis, per certi versi sono il simbolo dell'impresa che entra nell'agone politico. Cosa ne pensa dell'approccio finora dimostrato?
«Le istanze delle imprese vanno ascoltate: a noi preme ci siano imprese sane, imprese che crescono e che diano lavoro. In questi giorni alcune dichiarazioni delle forze imprenditoriali mi hanno lasciato perplesso: quando si dice che bisogna avere meno pubblico e più privato, rischiamo di ripetere uno slogan. Se non ci fosse stata la Provincia, che dal 2008 ha prodotto quelle manovre anticrisi, dove sarebbe il privato? Ciò che il sistema imprese può offrire al Trentino sono sicuramente volti, competenze, responsabilità. Ciò che non mi piace è invece l'idea dell'uomo solo al comando. L'ha detto Roberto De Laurentis in passato e recentemente Diego Mosna: "Se vinco governo, se non vinco mi ritiro". Questo è inaccettabile rispetto ai principi della democrazia, la partecipazione ai processi decisionali non può essere fatta solo da una persona. La riflessione coinvolge anche la politica e le sue degenerazioni. Vediamo quello che accade nel Pd: le giuste ambizioni personali vanno messe al servizio di un partito, non viceversa, se questo non accade non c'è più un partito, non c'è più un luogo di elaborazione collettiva, un luogo di solidarietà, ma vi è la degenerazione personalistica che potrà anche dare qualche risultato in termini di voto, ma non dà più un riferimento».

La crisi dei partiti tradizionali investe anche le grandi organizzazioni, come il sindacato. La Cgil in Trentino ha tenuto bene. La tendenza degli iscritti attivi, confrontata con il trend dei lavoratori occupati, dimostra che se dal 2001 al 2012 i lavoratori sono cresciuti del 12,3%, gli iscritti sono cresciuti del 9%. Non perdete grandi posizioni, ma come gestire il cambiamento complessivo? È ancora valida l'idea dell'unitarietà sostanziale dei sindacati?
«La crisi della politica sta attraversando in parte anche il sindacato. L'accordo nazionale che stabilisce criteri e metodi della rappresentanza è un dato di partenza fondamentale, ma noi in Trentino dobbiamo fare un passo in più affinché quell'accordo venga reso esigibile anche a due settori importanti: il mondo della scuola e degli enti locali. Seconda cosa: penso che in Trentino, in questi ultimi anni, abbiamo fatto il possibile per mantenere l'unitarietà sostanziale. Non è un caso che su tutte le manovre provinciali ci siano sempre stati documenti unitari da parte di Cgil, Cisl e Uil. In questi anni abbiamo quindi dimostrato che in Trentino c'è un sindacato confederale maturo. È chiaro, però, che noi dobbiamo affrontare un'altra fase: rafforzare il ruolo confederale delle nostre tre organizzazioni».

Torniamo alle priorità: crescita e giovani. Come declinare nella prassi gli obiettivi e come articolare la collaborazione tra impresa, politica, società e sindacato di cui parla?
«Negli ultimi anni, sindacato e impresa, non sono stati in grado di mettersi d'accordo su quello che si poteva offrire alla politica, ed è stato un grosso limite. Dentro la crisi, a più riprese, abbiamo chiesto un patto sulla produttività, un patto sull'organizzazione del lavoro, un patto per la formazione e la valorizzazione del capitale umano. Ma non siamo stati in grado di fare un accordo quadro, ma lo potremo fare».

Rete imprese Italia chiede un intervento sull'Irap, tema su cui anche le organizzazioni sindacali si sono espresse più volte.
«Noi abbiamo insistito molto sulla selettività: non più contributi a pioggia ma selettivi, individuando i settori prioritari. Questo può essere accompagnato con una riduzione dell'Irap, sapendo ovviamente che il saldo dev'essere a pareggio. C'è poi un problema non solo di tasse per le imprese, ma anche per i lavoratori e i pensionati. Il gravame ha colpito molto di più il reddito fisso, anche qui possiamo dare delle risposte. Aggiungerei un'altra questione: i comportamenti al di fuori della fedeltà fiscale vanno sanzionati, soprattutto qui. Evadere le tasse significa distrarre risorse da un benessere collettivo: se i nove decimi del gettito fiscale rimangono sul territorio, che chi evade fa un danno al proprio vicino di casa».

Creare occupazione giovanile cosa significa?
«Oggi corriamo il rischio di buttare via una generazione. Per i giovani s'è trovato un lavoro che non valorizzava i talenti, ma agiva piuttosto sull'abbattimento dei costi. L'apprendistato è assolutamente importante perché è accompagnato dalla formazione. Parlare di opportunità per i giovani significa anche accompagnarli e difenderli quando il lavoro viene meno ed ecco l'importanza della delega sugli ammortizzatori. Dobbiamo creare un sistema che favorisca la crescita, difenda i lavoratori attraverso ammortizzatori universali e, al contempo, offra riqualificazione. Anche i laureati dovranno riqualificarsi: chi da dieci anni cerca un lavoro non legato alla propria formazione, va ristrutturato. Per questo abbiamo chiesto anche all'università che si facesse garante di una formazione di alto livello per queste figure».

Tra università e mondo dell'impresa, i rapporti sono controversi. Come ricucire lo strappo?
«È il momento di cancellare tutti gli egoismi, è il momento di stabilire su quali settori investire. La meccatronica è importantissima, potrà dare risposte alla zona industriale di Rovereto. Anche sui centri di ricerca qualche ragionamento lo dovremo fare. L'investimento è essenziale, sia chiaro, ma forse una valutazione delle ricadute la si dovrebbe fare, così come si dovrebbe favorire il collegamento tra ricerca e start up. Faccio un esempio: la Fondazione Edmund Mach eccelle nella valutazione Anvur ma per la spending review dovrà fare i conti con un taglio del 10%. Viceversa, Trento Rise malgrado non abbia gli stessi risultati ha il medesimo livello di investimento. Il problema della valutazione va affrontato, in tutti i settori».

Marika Damaggio

dal Corriere del Trentino  
11 agosto 2013

 

 

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