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Primo Maggio. Europa, il lavoro al primo posto

Intervento di Burli (Cgil), Pomini (Cisl) e Alotti (Uil) sulla Festa del Lavoro

Primo Maggio. Europa, il lavoro al primo posto

Quella di oggi dovrebbe essere una giornata di festa. Ma sono ormai più di 26 milioni i cittadini europei che non potranno festeggiare il Primo Maggio perché hanno perso l'impiego e non riescono più a trovarne uno. I dati Eurostat di ieri sono impietosi. Nell'Unione europea i giovani under 25 disoccupati sono 5 milioni e mezzo pari al 24% del totale: in pratica un giovane su quattro in cerca di un lavoro, non lo trova. Complessivamente nell'Eurozona il tasso di disoccupazione a marzo è salito al 12,1% contro il 7,6% degli Stati Uniti e il 4,1% del Giappone.

Sono questi i numeri che stanno facendo dell'Europa l'epicentro della crisi economica globale. C'è un solo modo per evitare che il vecchio continente diventi il detonatore di una depressione economica disastrosa quanto un conflitto globale: un'Europa più unita e solidale.

Come all'indomani della seconda guerra mondiale, nel vecchio continente vincitori e vinti strinsero un patto per ricostruire insieme l'Europa, così oggi, di fronte alle macerie sociali prodotte dalla crisi economica e al divergere dei destini dei singoli paesi (in Germania la disoccupazione giovanile è ferma al 7,6%, in Grecia ha raggiunto la cifra stratosferica del 59%), bisogna realizzare una maggiore integrazione politica, sociale e fiscale dentro l'Unione.

Bisogna dare un taglio netto alle retoriche contrapposte di quelli che, da una parte, tacciano i paesi mediterranei di fare le cicale spendaccione, e degli altri che, al contrario, accusano i paesi del nord Europa di egoismo ai limiti della crudeltà. Serve un nuovo patto che metta al centro il progetto di sviluppo e benessere fondato certamente sul rigore, ma anche sulla sostenibilità sociale, lo stesso progetto che avevano i padri fondatori dell'Unione europea.

Se vivere sopra le proprie possibilità accumulando debito su debito non è più una soluzione percorribile, allo stesso modo un'austerity cieca che concentra politiche fiscali recessive in uno stesso momento e nella stessa regione, produce disastri. Lo ha scritto ormai un anno fa anche il Fondo monetario internazionale.

Serve quindi un'Europa alla quale i singoli paesi cedano poteri sulle politiche economiche, fiscali e finanziarie. Serve un'Europa più democratica che chiami i cittadini a scegliere il governo dell'Unione e quindi ad orientarne le politiche, abbandonando i riti delle trattative tra gli Stati tutte tese a difendere gli interessi nazionali. Bisogna realizzare il sogno degli Stati Uniti d'Europa.

In questa direzione il sindacato europeo procede già unito. Ed è un fatto che dovrebbe contribuire a dare più forza a chi tra le forze politiche europee vuole percorrere la strada di una maggiore integrazione contro le derive populiste ed antieuropeiste che agitano ormai tutti i paesi dell'Unione, nessuno escluso.

La Confederazione europea dei sindacati con il documento del 25 gennaio 2012 ha ribadito la necessità che l'Unione rinnovi la governance europea dell'economia, garantendo l'effettiva partecipazione democratica delle parti sociali e del Parlamento europeo alla costruzione di queste politiche. Ha ribadito la necessità di una tassa europea sulle transazioni finanziarie e il varo degli Eurobond per sostenere gli investimenti pubblici e mutualizzare una parte dei debiti sovrani dei singoli paesi dell'Unione. Successivamente, nel giugno del 2012, la Ces ha lanciato la proposta di affiancare al famigerato fiscal compact, un “social compact” che riaffermi la centralità della contrattazione collettiva e l'attualità del modello sociale europeo.

A conferma dell'unità d'intenti del fronte sindacale, a gennaio la confederazione dei sindacati tedeschi, la Dgb, ha proposto il varo di un piano Marshall per l'Europa che comprende investimenti per oltre 200 miliardi di euro l'anno per dieci anni e l'avvio della mutualizzazione dei debiti pubblici nazionali.

Questo è l'orizzonte dentro il quale si può concretamente tornare a sperare in una nuova e più solida stagione di benessere per l'Europa. E su questa prospettiva anche dal nostro piccolo Trentino, in questa giornata dedicata al lavoro, deve risuonare forte il monito ai governi e alle forze politiche europee affinché non cedano al richiamo degli interessi nazionali o, peggio, dei populismi antieuropei. Solo così infatti il Primo Maggio potrà continuare ad essere la Festa del Lavoro, non una giornata di recriminazioni e allarmi, meno che mai un giorno di commemorazione per il lavoro che non c'è.

Paolo Burli (segretario generale Cgil del Trentino), Lorenzo Pomini (segretario generale Cisl Trentino), Walter Alotti (segretario generale Uil Trentino)

1 maggio 2013

 

 

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