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27 gennaio, il giorno della memoria

Per non dimenticare, la voce dei testimoni: tra gli internati nei Lager nazisti ci sono stati anche i militari italiani che non si schierarono con la Repubblica di Salò. Tra questi il trentino Bruno Betta.

27 gennaio, il giorno della memoria


Per ricordare la follia nazista della soluzione finale e dei campi di concentramento e di sterminio, la CGIL del Trentino quest'anno pubblica un estratto del libro di Bruno Betta "3653 giorni" (Temi editore). L'autore fu tra quei militari italiani che, dopo l'8 settembre, si opposero all'opzione a favore della Repubblica Sociale Italiana di Salò e che, per questo motivo finirono internati nei lager nazisti. 




"Arriviamo nel pre-campo, il Vor-Lager, nel tardo crepuscolo del 9 gennaio 1944, sotto una pioggia gelida, in una tormenta di nevischio e vento. Il terreno si è fatto viscido fango. Ci appare subito che qui le nostre condizioni di vita sarebbero state peggiori che a Deblin. Eppure l'ubicazione del Lager, come posso osservare nei giorni seguenti, fra grossi abeti e ciuffi di betulle bianche, tutto attorno alle baracche, che sembrano quasi protette dagli alberi, gli fanno assumere un aspetto persino confortevole, come se si trattasse di un piccolo, per quanto strano villaggio.

Dal paese di Benjaminowo, che rimane nascosto ai nostri occhi, ma che non può essere molto distante, giungono portate dall'aria, grida di bambini e canti di donne. Lo sguardo spazia su digradanti campagne fino all'orizzonte. Verso sud, c'è Varsavia. Ma là, fuori dal Lager, in fondo al piazzale dov'è sistemato quello che chiamano il campo nuovo, poco distante si vede su una bassa collinetta, alberata con betulle, il cimitero, costellato di rozze croci. Dei turchestani addetti ai servizi ci dicono che lì sono sepolti almeno 30.000 Russi e 3.000 Francesi, in fosse comuni, la maggior parte, morti di tifo petecchiale, fame, freddo, stenti. Quale emozione! Ancora non sapevamo che di lì a poco vi avrebbero sepolto il cap. Colombini, il sottotenente Lonardis, il capitano Musella, morti durante i tre mesi della nostra permanenza nel Lager di Benjaminowo.

Mi ricordo in particolare di quest'ultimo, morto a 47 anni, di polmonite. La sua salma passa fra noi, in un gran silenzio, i capi scoperti, gli occhi fissi sulla bara, mentre cala il crepuscolo sotto un cielo grigio per nuvole tempestose. In baracca, il compagno di castello racconta di aver sentito da lui che il figlio, molto prima dell'8 settembre, gli aveva detto: ' papà, ho sognato che eri stato fatto prigioniero, ma che dopo sei mesi le tue sofferenze erano finite!...'. Risultava un impressionante presagio, poiché erano passati appunto sei mesi ed egli era morto! Ricordo che fu tumulato proprio sul culmine di quella collina-cimitero...

Il Lager era ancora sotto l'impressione delle opzioni: quasi la metà dei precedenti abitatori di quelle baracche, spaventati dalle dure condizioni di vita, quasi per una psicosi, come era successo a Biala Podlaska, avevano aderito alle richieste nazi-fasciste. Nei posti lasciati liberi ora eravamo noi. Si discute ancora con rammarico e disprezzo per gli aderenti. Molti, del resto, invano se ne erano già pentiti...

Sono questi i travagli dell'incertezza e della debolezza di carattere quando manca la convinzione. Questo è l'aspetto drammatico. Questo rafforza la determinazione di coloro che, potendolo fare, sentono la necessità di aiutare tanti compagni a superare i momenti di crisi, dando loro coraggio, suscitando diversi problemi ed ideali. Chi non è passato in queste situazioni, non può immaginare quanto abbiano contato le attività intellettuali ed artistiche nel Lager, infondendo una forza morale, una preziosa stimolazione di energie e di nuove prospettive. Per questo, Maggioli, così pieno di vita e di entusiasmo, professore di musica, riunì gruppi di giovani ufficiali degli Alpini per cantare in coro, o suonava egli stesso per chi amava la musica su un pianoforte in una remata baracca dove si diceva la Messa. Per questo si organizzavano dizioni di poesia, recite teatrali.

Guareschi col suo estro satirico, infondeva buon umore. Io stesso, che fin dall'inizio perseguivo l'idea di fornire ai giovani ignari, i fondamenti e i valori della democrazia, iniziai il 20 gennaio un regolare 'Corso di cultura politica' e dibattiti nelle varie baracch, con effetti che mi confortavano. Le baracche sono tetri cameroni sotto le nude incastellature di travi del tetto, ingombri di 'giacigli' a castello, per pavimento la terra battuta. Ci erano passati a migliaia i Russi. Si ha l'impressione della sordidezza che non si è potuto far scomparire. Le finestre sono in alt, e danno poca luce. Al centro della baracca c'è una specie di stufa d'argilla e mattoni...E costituisce una sorpresa...

Dentro le baracche la vita è molto dura. Manca l'acqua. C'è solo una pompa per più di 2000 persone. Si devono usare catini ogni 5, ci si lava con quell'infuso di erbe, che chiamano the, distribuito al mattino. Fa un gran freddo e il poco carbone distribuito giornalmente sta in un piccolo secchio. Si cerca di non lasciarsi prendere dal freddo. Io ho imparato intuitivamente a muovere i tendini e i muscoli dei piedi, in modo da riscaldarli, come supponevo dovessero fare i frati, che allora (siamo nel 1943!) ricordavo di aver visto spesso a piedi nudi nei loro sandali anche d'inverno; soffregavo contemporaneamente fra loro le mani, standomene in piedi. Per effetto delle misere condizioni si fa evidente la trascuratezza delle personali maniere civili, l'incuria per il luogo di coabitazione. Certuni buttano i resti della poca acqua o del the usato per lavarsi, sulla terra che costituisce il pavimento."

26 gennaio 2012 

 

 

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