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Lavoro e giovani. Serve una riforma del mercato del lavoro

L'intervento del segretario generale della CGIL del Trentino, Paolo Burli, sulle colonne de l'Adige

 

Per le grandi economie mondiali - Cina esclusa - la priorità resta il lavoro. Lo ha ribadito anche il documento finale del G8 di Deauville. Il lavoro è la cifra dello stato di salute delle nostre economie. Ogni Paese ha i propri malanni, anche l'Italia (e il Trentino) dove la febbre colpisce i giovani, come hanno scritto dalle colonne dell'Adige il direttore Giovanetti e il consigliere provinciale Nardelli. Il problema è la precarietà che va superata grazie ad un nuovo patto tra generazioni, fondato su una responsabilizzazione comune di istituzioni, sindacati ed imprese.
Come scrive Giovanetti, oggi i giovani pagano il conto di un mercato del lavoro duale e per questo squilibrato. Occupazione, flessibilità, ammortizzatori sociali, redditi e pensioni: per ciascuno di questi indicatori sono i figli a risultare penalizzati rispetto ai padri. Non è così dappertutto in Europa.
Per la Cgil la soluzione passa attraverso una profonda riforma del mercato del lavoro e di tutte quelle politiche che lo condizionano. Due sono i terreni da cui partire: un fisco che non penalizzi il lavoro e una maggiore qualità della domanda di lavoro. Sul primo versante, va ricordato che oggi in Italia la pressione fiscale e contributiva sul lavoro è tra le più alte in Europa, la terza dietro a Svezia e Danimarca. Peccato che non sia terza nei livelli di protezione sociale. Così, i salari italiani, al lordo di tasse e contributi sociali, sono comparabili con quelli tedeschi, che però godono di forti trasferimenti pubblici alle famiglie.
Per questo abbassare il carico fiscale sul lavoro - come accaduto nel 2007 con il taglio del cuneo fiscale e dal 2008 con la detassazione delle retribuzioni di produttività - è fondamentale. Contestualmente vanno innalzate le tasse sulle rendite e i contributi sul lavoro precario per farlo costare più di quello stabile, garantendo l'equilibrio delle finanze pubbliche e offrendo incentivi indiretti al lavoro stabile.
L'altra questione riguarda il sistema produttivo. L'Italia, e con essa il Trentino, da anni vive una preoccupante stagnazione della produttività, anche in settori in cui altri Paesi hanno registrato forti espansioni di investimenti, occupati e redditività. Le cause sono diverse. Tra tutte va ricordato il nanismo delle imprese che in Italia nel 2007 erano ben 66 ogni mille abitanti - il tasso più alto in Europa dopo Repubblica Ceca, Portogallo e Grecia - e registravano in media 4 addetti per azienda, contro i 9 dell'Austria, i 10 dell'Olanda e i 12 della Germania. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Il sistema produttivo italiano, per esempio, investe troppo poco in ricerca e sviluppo, nel 2008 solo lo 0,7% del Pil contro l'1,3% medio delle imprese nell'Unione a 15 (ed in questo confronto anche le imprese trentine, con un misero 0,4% del Pil locale, escono con le ossa rotte). Il varo del credito d'imposta per gli investimenti in ricerca va quindi salutato positivamente.
In settori chiave per la nostra economia - i servizi alle imprese, il turismo, la distribuzione, l'artigianato, la logistica, le costruzioni - il sistema produttivo italiano fatica a reggere il passo di altri Paesi europei. Anche per questo la domanda di lavoro delle imprese è di bassa qualità, produce precarietà ed è incapace sia di assorbire i giovani altamente qualificati, sia di offrire percorsi di formazione continua ai propri addetti, unica vera polizza contro periodi prolungati di inattività.
In questo senso va colto l'invito del direttore dell'Adige affinché i giovani vedano nell'attività imprenditoriale uno sbocco, così da contribuire alla rigenerazione, innovazione e qualificazione delle nostre attività economiche. Resta però il fatto che, a fronte di imprese più competitive, è il lavoro dipendente a dover tornare il fulcro del mercato del lavoro in un Paese in cui sono attive 2,5 milioni di aziende individuali (ben il 58% del totale delle imprese!), dove un terzo degli occupati sono autonomi (in Svezia gli indipendenti sono solo il 15% e in Germania l'8%) e dove i collaboratori sono oltre mezzo milione. Se è condivisibile l'appello a superare il conflitto tra lavoro e capitale a favore di relazioni sindacali di stampo nordeuropeo, il tema allora diventa quale lavoro dipendente vogliamo per i nostri giovani e quale lavoro dipendente serve allo sviluppo del Paese.
La nascita di un contratto unico è quindi una prospettiva da studiare ed approfondire, ben sapendo che oggi sono le imprese quelle che più ne osteggiano il varo. E se la flessibilità va spalmata tra tutti i protagonisti del mercato del lavoro - outsider ed insider, giovani e meno giovani - vanno garantiti anche sistemi di qualificazione permanente della forza lavoro, servizi pubblici di incontro tra domanda e offerta di lavoro, e un livello di protezione sociale sicuramente più alto dell'attuale.
Su questi ultimi tre aspetti - nonché sul fronte fiscale - il Trentino può e deve fare molto, a partire dalla cabina di regia sui giovani insediata dalla Provincia e dall'esercizio della delega sugli ammortizzatori sociali. Agire per esempio sulla riduzione dell'addizionale Irpef e su incentivi alle assunzioni stabili ed investire su servizi all'impiego più efficienti, sull'attivazione del lavoratore durante i periodi di disoccupazione e su un set di ammortizzatori sociali esteso anche ad atipici e partite Iva, è fondamentale per dare una prima risposta ai giovani che, anche in Trentino, vedono un futuro a tinte fosche.

 

Paolo Burli
segretario generale della CGIL del Trentino

30 maggio 2011 

 

 

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