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Imprigionati dalla precarietà

di Michele Nardelli (da l'Adige, 09/05/2011)

Quale idea di futuro può avere oggi un ragazzo di vent'anni? Penso dovremmo partire da qui, dal prendere atto piuttosto amaramente che è stato cancellato il diritto al sogno, nell'aver reso logori i pensieri che si fondavano sull'uguaglianza degli esseri umani come nell'aver reso difficile un progetto di vita fondato sulla sicurezza sociale, sulla possibilità di mettere su casa, sul veder riconosciute le proprie capacità. Non intendo in questo scritto indagare il primo aspetto, se non per annotare che nel secolo che ci siamo messi alle spalle abbiamo consumato la speranza nel cambiamento collettivo tanto che le istanze di liberazione dall'alienazione si sono trasformate nel loro opposto. Voglio solo dire che a questo non dovremmo rassegnarci. È invece sul diritto ad un progetto di vita che mi vorrei soffermare. Perché è davvero difficile vivere in assenza di un'idea di futuro.

Tanto per cominciare, i nostri giovani hanno già messo in conto che una pensione non ce l'avranno mai. In buona sostanza che le leggi sul lavoro e la previdenza sociale non valgono per tutti e comunque non per loro. Non è il mito del posto fisso: sono convinto che se ad un ragazzo di vent'anni chiedessimo di scegliere fra un'occupazione che continuerà sempre uguale per tutta la propria esistenza oppure un lavoro che gli possa aprire diverse strade professionali, sceglierebbe questa seconda opportunità. Ma purtroppo la realtà è un'altra, si chiama precarietà, non certo flessibilità. E questo nonostante fra i giovani vi sia una grande disponibilità a mettersi in gioco, a misurarsi sulle proprie competenze, a lavorare senza l'orologio in mano. Che sbatte il muso con un mondo adulto fatto di meschinità e di ricatti («se ti va bene così o...»), di incapacità di cogliere l'innovazione magari per poi appropriarsene indebitamente. Insomma l'umiliazione della precarietà. Che ti impedisce di avere una vita tua. Di avere una casa diversa da quella dei tuoi genitori, per esempio. Con l'attuale mercato immobiliare, la possibilità di mettere su casa diventa remota, passa attraverso la fortuna dell'eredità oppure l'accensione di un mutuo trentennale per cui in una coppia di giovani uno dei due stipendi (sempre ad averli, perché le banche non ti fanno il mutuo senza garanzie) se ne va nel pagamento delle rate mensili per una vita intera. Rimane l'affitto, certo, non così diverso nella sostanza dal mutuo che almeno ti offre la possibilità di essere un giorno sotto un tetto tutto tuo senza la preoccupazione che qualcuno ti possa dire prima o poi: «mi spiace, ma questa abitazione serve a me».

La precarietà può essere descritta in tanti altri modi, come la disponibilità di fare lo stesso lavoro con salari cinque volte inferiori. O altro ancora, come l'idea che ci viene quotidianamente propinata dalla televisione, pubblica o privata che sia, di affidare ad un colpo di fortuna la risoluzione dei propri problemi. Tanto che più un paese vive nell'incertezza economica, più è esposto al diffondersi di macchinette mangiasoldi, lotterie, casinò. Oppure all'associare l'avvenire alla mercificazione del proprio corpo. La precarietà e l'incertezza del futuro dovrebbero essere al primo posto dell'agenda politica. Non per tutelare qualcuno rispetto a qualcun altro, usando la paura come grimaldello per ottenere consenso, bensì nel sapere leggere la precarietà di uno come l'insicurezza di tutti. L'opposto del «non nel mio giardino», del corporativismo, della difesa con le unghie di quel che si ha o del proprio modello di vita e di consumi. Se non riusciremo in questa grande sfida di civiltà, se non sapremo avanzare e far vivere una proposta improntata alla consapevolezza del carattere limitato delle risorse e dunque alla sobrietà, se prevarrà il «si salvi chi può», sarà il tempo del «tutti contro tutti», sarà (è già?) la guerra. Questa attenzione non solo è assente nell'azione del Governo Berlusconi, ma il modello sociale che ci viene proposto - nei provvedimenti come negli approcci culturali e nei comportamenti - va esattamente nella direzione opposta, quel farsi furbo che mina alle basi il senso stesso di una comunità: privatizzare risorse come l'acqua, condonare gli abusi e cementificare il territorio, vendere le spiagge, incentivare il gioco d'azzardo.

Non è dunque affatto casuale che le parole «precarietà» e «futuro» siano state al centro dello sciopero generale promosso nei giorni scorsi dalla più grande confederazione sindacale italiana, la Cgil. E che i giovani ne siano stati ovunque in Italia i protagonisti. Proprio perché la sfida è di quelle belle toste, richiederebbe un disegno condiviso, a cominciare dall'unità nel mondo sindacale, che invece è diviso. E non per un rapporto più o meno subalterno verso il governo Berlusconi o la politica. Il movimento sindacale è diviso sulle risposte da dare, se mettersi a difendere quel che si ha o accettare la sfida dei processi di trasformazione, che richiedono grande capacità di innovare le nostre chiavi di lettura come gli strumenti per metterci mano. Riguarda tutti, organizzazioni sindacali, partiti, società civile. Una sfida che va oltre l'unità dei lavoratori, richiede coesione sociale, la consapevolezza che ne usciamo tutti insieme o non se ne esce. Vale anche per una realtà pure diversa come il Trentino. Che non è un'isola felice, perché nel villaggio globale nessun uomo è un'isola, figuriamoci un territorio. È pur vero che c'è una storia ed un patrimonio importanti, che ci hanno messo a disposizione strumenti efficaci con cui affrontare le dinamiche di questo tempo come le prerogative dell'autonomia. So bene che siamo su un crinale difficile da percorrere, tanto è facile cadere nel privilegio.

Ma se intendiamo l'autonomia come opportunità di autogoverno delle unicità di ogni territorio, in dialogo e in competizione (cercare insieme) con il mondo, siamo sul terreno della responsabilità, del farsi carico, della partecipazione e della democrazia. Se migliaia di persone, in una manifestazione come nel silenzio assordante dell'atomizzazione sociale, esprimono (in forme diverse)un grido di dolore, io credo che compito di chi ha a cuore il futuro e pensa alla politica non come affermazione personale sia quello di saperlo ascoltare. Non di rincorrerlo purchessia, ma di provare a farlo diventare proposta collettiva, progetto di futuro.

Per questo vorrei ringraziare la Cgil del Trentino, per aver saputo dare voce al silenzio, impegnandosi in questi mesi nel cercare strade che allo sterile antagonismo preferiscono la coesione. È sempre più facile gridare che proporre, porre veti piuttosto che farsi carico. Lo dico senza nulla togliere al valore dei conflitti, purché siano improntati alla ricerca del bene comune. Il mio auspicio è che questa strada vada nella direzione dell'unità sindacale, che potrebbe trovare proprio qui, su questa terra, capacità e intelligenze per una sperimentazione originale. Alla quale far corrispondere idee innovative capaci di dare risposte alle grandi sfide del nostro tempo.

di Michele Nardelli (consigliere provinciale del Pd del Trentino)

da l'Adige

9 maggio 2011

 

 

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