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La civiltà del lavoro

di Ugo Morelli (dal Corriere del Trentino, 10 maggio 2011)

I recenti provvedimenti della Provincia Trento in materia di lavoro giovanile fanno pensare che qui il valore del lavoro sia riconosciuto come fonte di significato per la vita e per la società, oltre che un dato originario interno per ognuno di noi. Tali provvedimenti si qualificano ancor più se messi a confronto con certe teorie del modo di intendere il lavoro e chi lo svolge.

In occasione della recente assise generale di Confindustria a Bergamo, commentando la sentenza Thyssen che ha condannato per omicidio colposo l'azienda per la morte di sette operai nell'incidente del 6 dicembre 2007 nell'acciaieria di Torino, la presidente Marcegaglia ha dichiarato che «una tale sentenza può allontanare gli investimenti esteri» che «se passa questa logica nessuno farà più investimenti da noi» . L'assemblea aveva, a sua volta, a lungo applaudito l'amministratore di Thyssen, Harald Espenhahn. Al riguardo, tre sono le questioni che paiono prioritarie da considerare: quella relativa alle regole, quella sociale ed economica, quella etica. In un Paese in cui sempre più si afferma paurosamente la tendenza a pensare e ad agire ritenendo le regole un insopportabile fastidio, una sorta di ostacolo alla «felicità» , la discussione di una sentenza dovrebbe essere lasciata nelle sedi deputate, in particolare da chi sostiene, come ha fatto la presidente Marcegaglia a Bergamo, che «siamo noi che teniamo in piedi il Paese» .

Se la sentenza che ha condannato per omicidio colposo la Thyssen, in quanto ritenuta responsabile di aver del tutto evaso le misure di sicurezza, può essere impugnata, ciò deve essere fatto nelle sedi che le regole dello Stato italiano prevedono, verso le quali siamo tenuti a esprimere rispetto e tutela se vogliamo il diritto di criticarle. Da un punto di vista sociale ed economico, se la Thyssen ha investito in Italia avrà avuto i suoi vantaggi: se un sistema nazionale o locale sono attrattivi non dovrebbe dipendere dalla leggerezza delle norme, bensì dalla capacità di offrire opportunità di varia natura che possono rendere vantaggiosi quegli investimenti.

È tuttavia la questione etica a porre i problemi più rilevanti. Immaginiamo una bilancia: su un piatto ci sono sette morti, che si aggiungono alle oltre mille vittime all'anno per incidenti sul lavoro in Italia; sull'altro il rischio che la sentenza allontani gli investimenti. Non siamo noi a fare questo paragone, ma la dichiarazione espressa a Bergamo dalla presidente di Confindustria. Vorremmo non commentare. Solo vorremmo domandarci quale tipo di società stiamo costruendo e dove stia andando il significato umano, civile ed economico del lavoro. Vorremmo che la nostra capacità di riflettere - non contro qualcuno, ma per una civiltà del lavoro e una civiltà tout-court - inducesse tutti a fermarsi un momento a pensare. Perché anche l'autonomia, se non è continuamente difesa nei valori fondamentali come finora si è fatto, rischia di essere permeabile ai «cattivi pensieri».

dal Corriere del Trentino

10 maggio 2011

 

 

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