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150 anni di Unità. L'Italia e la sua Costituzione

Alle Gallerie di Piedicastello a Trento personalità della politica e della società civile commentano gli articoli della Costituzione. Ricordando i 150 anni dell'Unità del Belpaese

150 anni di Unità. L'Italia e la sua Costituzione


Qui di seguito pubblichiamo l'intervento che Paolo Burli, a nome di CGIL CISL UIL del Trentino, terrà in occasione dell'iniziativa "Cittadini italiani per la Costituzione" che si svolgerà alle Gallerie di Piedicastello a Trento per ricordare il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia. L'evento è organizzato dalla Fondazione Museo Storico del Trentino e dall'Anpi. Il testo è scaricabile anche qui a fianco in formato pdf. Oltre a Burli, sono diversi le personalità trentine chiamate a commentare uno specifico articolo della Carta costituzionale della Repubblica.

 

Art. 1 Costituzione 

Perché "fondata sul lavoro" ?
Un po' di storia, per capire il contesto in cui è nata un'espressione di questo genere: siamo nel 1946, quando il 16 ottobre la prima Sottocommissione della Commissione per la Costituzione, nel proseguire la discussione sui principi dei rapporti sociali ed economici, affrontò la questione del lavoro. 
Il punto era: come e con quali formule esprimerlo nella Carta che si andava elaborando nell'Assemblea Costituente ? 
Giorgio La Pira, esponente della Democrazia Cristiana ed insigne giurista, propose questo articolo: "Il lavoro è il fondamento di tutta la struttura sociale, e la sua partecipazione, adeguata negli organismi economici, sociali e politici, è condizione del nuovo carattere democratico".
Alla successiva riunione della Sottocommissione, il 18 ottobre, Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista Italiano, si disse convinto che era necessario porre all'articolo della Costituzione la seguente definizione: "Lo Stato italiano è una Repubblica di lavoratori", poiché la formulazione di La Pira gli parve poco sufficiente per questo motivo, disse: "sembra di trovarsi di fronte non ad una affermazione politica di volontà del legislatore, ma quasi ad una constatazione di fatto".
Dal canto suo, Giuseppe Dossetti, anche lui della Democrazia Cristiana, che aveva concorso alla formulazione della proposta La Pira, precisò che la formula: "Il lavoro è il fondamento di tutta la struttura sociale", era non solo una constatazione di fatto, ma un dato costitutivo dell'ordinamento: un'affermazione di principi costruttivi. 
Tuttavia, nel confronto tra PCI e DC, s'inserì il liberale Lucifero D'Aprigliano che non fu d'accordo, né con Togliatti né con Dossetti, e affermò: "Tutti coloro che partecipano alla produzione sono «lavoratori», dal presidente del consiglio di amministrazione fino all'ultimo usciere della società. Stabilito il principio che tutti sono lavoratori, in quanto uomini, il lavoro, inteso come manuale, non deve considerarsi preminente sugli altri fattori della produzione".
L'articolo, con gli emendamenti suggeriti da D'Aprigliano e da La Pira, andò in votazione e venne approvato con la seguente formula: "Il lavoro e la sua partecipazione concreta negli organismi economici sociali e politici è il fondamento della democrazia italiana". 
Lavoro, quindi, come "fondamento" della democrazia parlamentare che andava ricostituendosi dopo il ventennio fascista.
Il 28 ottobre la Sottocommissione tornò a discutere l'art. 1, e Togliatti ripropose la formulazione "Repubblica di lavoratori". Aldo Moro della Democrazia Cristiana propose, con successo, una mediazione che fu approvata a fine seduta: "Lo Stato italiano è una Repubblica democratica. Essa ha per suo fondamento il lavoro e la partecipazione concreta di tutti i lavoratori all'organizzazione economica, sociale e politica del Paese".
Il 22 gennaio 1947 si riunì in seduta plenaria la Commissione per la Costituzione, quella dei 75. Togliatti ripropose, ancora una volta senza successo, la sua formulazione. 
Due giorni dopo, il 24 gennaio la Commissione approvò il testo definitivo: «L'Italia è una Repubblica democratica. La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Il 4 marzo del 1947 l'Assemblea Costituente iniziò la discussione generale del progetto di Costituzione; il 22 marzo, quando arrivò in discussione l'art. 1, Amintore Fanfani e Moro stesso presentarono con altri l'emendamento poi approvato: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro".
Pertanto, fondamento della Repubblica democratica è il lavoro, di tutti.
Il testo dell'articolo poi dichiara: "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". 
Andiamo a qualche anno dopo. 
Nel gennaio del 1955, a Milano, Piero Calamandrei, giurista e anche lui membro della Costituente, incontrò gli studenti e parlò della Costituzione entrata in vigore solo 7 anni prima, mettendo al centro due parole chiave accanto al lavoro: scuola ed eguaglianza. 
Spiegò il legame tra l'articolo 34 sul diritto all'istruzione e l'articolo 3 sul principio di eguaglianza; e l'articolo 1 fu l'incipit del suo discorso: il lavoro inteso come primo principio fondamentale e fondante la Repubblica democratica italiana, che racchiude il principio lavoristico, legato al fattore lavoro, e quello personalista, collegato alla persona del lavoratore.
Calamandrei affermò: "L'art. 34 dice: «I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi piú alti degli studi». Beh, ma se non hanno mezzi? Allora nella nostra Costituzione c'è un articolo, che è il piú importante di tutta la Costituzione, il piú impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l'avvenire davanti a voi. Dice cosí: «É compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell'art. 1 - «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» - corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c'è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un'uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.".
Come si può vedere, le parole di Calamandrei sono molto attuali: il lavoro, la garanzia, le condizioni e la sua retribuzione diventano il criterio con cui misurare l'uguaglianza di fatto degli uomini, quindi la democrazia o l'assenza di democrazia nella Repubblica. 
Infatti, una Repubblica democratica fondata sul lavoro deve assicurare a tutti la possibilità di lavorare, perché tutti i lavoratori - non una parte, non quelli che fanno solo alcuni lavori - devono essere nelle condizioni materiali e spirituali di contribuire all'organizzazione della vita politica, economica e sociale del Paese; in più - e questo è indicato sempre da Calamandrei come il principio più importante di tutta la Costituzione - è compito della Repubblica eliminare gli ostacoli che limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini perché tutti i lavoratori siano partecipi del processo di costruzione dello Stato. 
Questo significa che la mancanza del lavoro, l'esclusione dall'accesso al lavoro sono segni di mancanza di libertà e di uguaglianza e che è dovere della Repubblica offrire agli uomini privi di mezzi le risorse per studiare e lavorare.
Inoltre, il lavoro è paradigma di una determinata concezione dell'essere umano, che mette in articolo il principio di fondo dell'etica kantiana: "l'uomo deve essere riguardato come un fine in sé e non come un mezzo". E' il principio personalistico insito in questo articolo che si affianca al principio lavoristico.
Poniamoci questo dubbio: è se oggi la nostra Repubblica "fosse fondata sui consumi" ?
Ci sono due modelli che si contendono il campo. Si tratta, da un lato, del modello anglo-americano che è incentrato sulla libertà del consumatore e sull'idea della sua piena sovranità decisionale. Dall'altro lato, quello europeo che, al contrario, ruota attorno alla dignità della persona consumatore-lavoratore, dal punto di vista esistenziale e sociale.
La prima è la cultura della massima sovranità degli interessi economici dell'individuo, la seconda quella della massima tutela della persona e dei valori extra-economici, incentrato sull'effettiva possibilità di perseguire la responsabilità e tutela della persona e, quindi, della sua sfera sociale al di là dal patrimonio. 
Solo il modello europeo è compatibile con il principio personalistico legato all'art. 1 della nostra Costituzione. 
Infatti, mettere al centro del sistema l'obiettivo prioritario del consumo significherebbe esporre il lavoro e le sue regole alla pura logica dei costi e, quindi, alla scomparsa della sua ragione d'essere storica.
Infine, tante sono le questioni aperte oggi attorno a cui far ruotare il nostro art. 1: ai tempi del multiculturalismo, nell'incontro tra culture - pensiamo che cosa può comportare oggi il terremoto che sta avvenendo nei paesi del nord Africa in termini di mobilità e flussi di persone - che significato assume l'articolo 1 della Costituzione? Il lavoro è un diritto di tutti coloro che sono presenti nel nostro paese, in egual misura? Può il lavoro, grazie al fatto di dover essere garante e misura di uguaglianza di democrazia, diventare principio con cui amministrare e con cui reggere il pluralismo della democrazia?
17 marzo 2011

 

 

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