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27 gennaio, il Giorno della Memoria

La soluzione finale vista con gli occhi dell'ufficiale tedesco Liss. Dal romanzo di Vasilij Grossman, Vita e Destino 

27 gennaio, il Giorno della Memoria
Come ogni anno, per il Giorno della Memoria, nell'anniversario dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, offriamo ai visitatori del sito della CGIL del Trentino il racconto di una vicenda legata all'Olocausto. Quest'anno abbiamo scelto un romanzo, Vita e Destino di Vasilij Semënovic Grossman, ebreo russo, giornalista e corrispondente dal fronte a fianco dell'Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale. Il romanzo, di cui il regime sovietico impedì per anni la pubblicazione, venne edito postumo in Francia negli anni Ottanta.
 
Nel romanzo di Grossman si dipana l'epopea di una famiglia russa durante l'assedio di Stalingrado, tra le persecuzioni del regime sovietico contro i dissidenti e la follia del disegno di sterminio del nazionalsocialismo. Grossman immagina come gli ufficiali nazisti decisero di mettere in atto la soluzione finale. I lagher si trasformano nella camere a gas.
 
 
Da "Vita e destino", Adelphi (pag. 447)
 
Nell'ufficio del Reichsführer delle SS Himmler era stata indetta una riunione riguardo alle misure straordinarie adottate dalla Direzione centrale della sicurezza del Reich. La riunione era particolarmente importante; da essa dipendenva il viaggio di Himmler al quartier generale del Führer. Lo Strumbannführer Liss aveva ricevuto ordine da Berlino di riferire circa l'avanzamento del cantiere segreto accanto al lager.
 
Prima di recarsi ad ispezionarlo, Liss avrebbe visitato la fabbrica metalmeccanica Voss e l'azienda chimica a cui la Sicurezza aveva commissionato i materiali. Quindi si sarebbe recato a Berlino per fare rapporto all'Obersturmbannführer delle SS Heichmann, incaricato dell'incontro. Liss era felice di quel viaggio l'atmosfera del lager, il contatto continuo con quegli uomini rozzi e primitivi lo soffocava. (...)
 
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Arrivò alla fabbrica Voss la mattina seguente. (...) La fabbrica Voss esaudiva una parte consistente delle richieste della Sicurezza dei Reich e Liss fu soddisfatto di quel che vide: i dirigenti prendevano molto sul serio il proprio lavoro, i requisiti tecnici venivano rispettati alla lettera, gli ingegneri meccanici avevano perfezionato i nastri trasportatori e i tecnici termoelettrici avevano escogitato un regime di funzionamento dei forni molto più conveniente. La visita all'industria chimica invece fu deludente: solo poco più del quaranta percento della commessa risultava in produzione. Le lamentele che dovette sentire lo fecero infuriare: si trattava di sostanze complesse e aleatorie, dicevano, un attacco aereo aveva danneggiato l'impianto di ventilazione e gli operai si erano intossicati in massa; la diatomite che doveva stabilizzare la soluzione stabilizzata non arrivava regolarmente; i trasporti ferroviari ritardavano la consegna dei contenitori ermetici … Tuttavia la Direzione aveva ben chiara l'importanza della commessa. Il capochimico della società, il dottor Kirchgarten, garantì a Liss che avrebbe consegnato il materiale nei tempi stabiliti. (…)
 

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Quello stesso giorno incontrò i ricercatori che si occupavano dell'esperimento: erano scienziati giovani, tra cui due donne – una fisiologa e una biochimica – un anatomopatologo, un chimico specializzato in combinazioni organiche, il professor Fischer, tossicologo. I partecipanti gli fecero tutti un'ottima impressione. Per quanto fossero tutti interessati all'approvazione del procedimento da loro elaborato, non gliene nascosero i limiti e gli espresso i loro dubbi in merito. Il terzo giorno Liss e gli ingegneri della ditta di installazione Oberstein presero un aereo e si recarono al cantiere.
 


Liss stava bene, quel viaggio lo divertiva. E la parte più piacevole doveva ancora venire: dopo l'ispezione, lui e i direttori tecnici del cantiere avrebbero raggiunto Berlino per riferire alla Direzione della sicurezza. Il tempo era pessimo: pioveva, la pioggia fredda e torrenziale di novembre. L'aereo atterrò a fatica nell'aeroporto centrale del lager. (…) Le tese dei cappelli di feltro degli ingegneri erano piegate all'ingiù, impregnate di pioggia pesante come il piombo. I binari arrivavano fino al cantiere e lo collegavano direttamente alla linea ferroviaria principale.
 
Vicino alla ferrovia c'erano i depositi. E fu da lì che l'ispezione ebbe inizio. (…) In altri locali strettamente sorvegliati da ufficiali delle SS erano depositati i primi arrivi dal complesso chimico: bombole dotate di valvole rosse e bidoni da quindici chili con etichette rosse e blu che da lontano parevano grossi barattoli di marmellata bulgara. (…) Era un cantiere come tutti gli altri, ciclopici, della metà del XX secolo. Attorno agli sterri le sentinelle fischiavano tra stridio delle scavatrici, le gru in movimento e il garrire delle locomotive.
Liss e il suoi compagni di viaggio si diressero verso una costruzione rettangolare grigia senza finestre. L'intero complesso – formato da edifici industriali, forni di mattone rosso, ciminiere dalla grande bocca e torrette di sorveglianza – era proteso verso quell'edificio grigio, cieco e senza volto. I cantonieri stavano finendo di asfaltare le strade. Von Reineke, l'ingegnere direttore dei lavori, disse a Liss che, ad una attenta verifica, l'ermeticità dell'impianto numero uno era risultata inadeguata.
 
Malgrado l'apparente semplicità e le dimensioni ridotte, spiegò Stahlgang, progettista del complesso, l'idroturbina industriale è un concentrato di forza, massa e velocità inaudite: nei suoi vortici la potenza geologica dell'acqua si trasforma in lavoro. Quel complesso era costruito sul principio della turbina. Trasformava la vita e tutte le forme di energia a essa connesse in materia inorganica. La nuova turbina era chiamata a vincere la forza dell'energia psichica e nervosa, del respiro, del cuore, dei muscoli e del sangue. E il nuovo impianto riuniva in sé il principio della turbina, del mattatoio e dell'inceneritore. Il tutto in forme architettoniche semplicissime. «Anche quando ispeziona le strutture industriali più prosaiche – disse Stahlgang – il nostro caro Hitler, com'è noto, non dimentica mai la forma». (…) L'interno della stanza di cemento rispondeva pienamente ai canoni di un'epoca e di un'industria fatte di grandi masse e grandi velocità. Affluendo nei canali adduttori, la vita – come l'acqua – non poteva fermarsi né defluire in direzione inversa: la velocità del suo moto lungo il corridoio di cemento era determinata da formule analoghe a quella di Stokes sul moto dei liquidi in un tubo, che dipende dalla densità, dal peso specifico, dalla viscosità, dalla frizione e dalla temperatura. Le lampadine elettriche erano incassate nel soffitto, protette da un vetro spesso fra il trasparente e l'opaco. Più si avanzava, più la luce si faceva intensa: all'ingresso dell'ultima stanza, sbarrato da porte in acciaio levigato, accecava con il suo severo candore.
 
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Davanti alla porta regnava la particolare eccitazione che sempre si impadronisce di costruttori e montatori prima del varo di un nuovo impianto. I manovali stavano lavando il pavimento con dei tubi. Un vecchio chimico in camice bianco misurava la pressione accanto alla porta chiusa. Von Reineke ordinò di aprirla. Entrando nell'ampia stanza dal basso cielo di cemento alcuni ingegneri si tolsero il cappello. Il pavimento era fatto di pesanti lastre semoventi intelaiate in metallo e perfettamente aderenti. Azionando un meccanismo della sala di controllo, le lastre che componevano il pavimento si sollevavano in posizione verticale e il contenuto della cella finiva in un locale sotterraneo. Lì il materiale organico veniva lavorato da squadre di stomatologi che estraevano i metalli preziosi delle protesi dentarie. Dopo di che azionavano un nastro trasportatore che conduceva fino ai forni crematori, dove organismi ormai privi di pensiero e sensibilità venivano sottoposti a energia termica e a ulteriore distruzione e si mutavano in fosforo, fertilizzante, calce, cenere, ammoniaca, gas carbonico e solforoso.
 
Un ufficiale di collegamento si avvicinò a Liss e gli porse un telegramma. Tutti videro che lo Strumbannführer si incupì dopo averlo letto. Il telegramma annunciava a Liss che l'Obersturmbannführer delle SS Eichmann lo avrebbe incontrato quella notte stessa, al cantiere, dove sarebbe giunto in macchina da Monaco. Il viaggio a Berlino saltava. Liss, invece, contava di passare la notte seguente nella sua casa fuori città, dove viveva la moglie malata e ansiosa di rivederlo. Prima di dormire si sarebbe seduto in poltrona con le pantofole ai piedi, e il tepore e l'intimità domestica gli avrebbero fatto dimenticare un paio d'ore quei tempi tremendi. Era bello, la notte, in campagna, tendere l'orecchio al fischio lontano della contraerea di Berlino. E a Berlino la sera dopo la relazione in Prinz-Albertstrasse e prima di ripartire per la campagna, in un'ora tranquilla, senza allarmi antiaerei e attacchi dal cielo, sarebbe andato a trovare una giovane ricercatrice dell'Istituto di Filosofia, l'unica a sapere quanto quella vita gli pesasse e quanto il suo cuore fosse in tumulto. Aveva già messo in valigia una bottiglia di cognac e una scatola di cioccolatini, per l'occasione. Invece era saltato tutto.
 
Ingegneri, chimici ed architetti lo stavano guardando. Quali angosce tormentavano l'ispettore della Direzione della sicurezza? Chi mai poteva saperlo? Per un momento la stanza parve volersi piegare ai voleri dei suoi creatori: aveva preso vita, viveva di una propria volontà di cemento, di una propria avidità di cemento, secerneva tossine, masticava la mascella di ferro della sua porta e poi digeriva.
 

 

 

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