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Burli: «Giovani, non ipotechiamo il loro futuro»

Burli: «Responsabilità da sindacati e imprenditori, servono proposte condivisibili»

Burli: «Giovani, non ipotechiamo il loro futuro»
di Tristano Scarpetta

Corriere del Trentino, 28 dicembre 2010

TRENTO - Con «solo» un terzo di iscritti tra i pensionati, la Cgil trentina è una delle Confederazioni più virtuose d'Italia. Altrove, i lavoratori a riposo iscritti al sindacato superano quelli attivi. Anche Paolo Burli, però, si trova nella non facile situazione di dover difendere i diritti di chi, per necessità o per volontà, fa ormai fatica ad iscriversi al sindacato: i giovani. «Dobbiamo impedire - dice- che cresca una generazione di senza speranza» . La linea che indica il segretario della Cgil del Trentino è evitare di «ipotecare il futuro di questi giovani» , «agire da subito pensando non solo all'oggi, ma anche e soprattutto al domani» .

Per farlo, serve «senso di responsabilità sia nel sindacato che tra gli imprenditori, dobbiamo- dice Burli- avere la capacità di presentare alla politica scelte che siano condivisibili e che non esprimano solo l'interesse di parte» . In questo senso, spiega il segretario, va interpretata la riunione di poche settimane fa tra le parti sociali senza il patrocinio della Provincia. Un incontro citato e lodato nella relazione alla Finanziaria di Lorenzo Dellai. Segretario, i giovani occupano le piazze per manifestare contro i tagli alla scuola. La disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli di guardia. La prospettiva sulle pensioni future è a dir poco preoccupante. «Si tratta della grande emergenza di questo paese. Non è possibile che, a parte la Cgil, questi ragazzi abbiano nel Presidente della Repubblica l'unico interlocutore. Oltre a chi è sceso in piazza, c'è una parte silenziosa di giovani che dimostra apatia, che non ritiene credibile nessuna istituzione. Bisogna ascoltare giovani, coinvolgerli. Non possiamo perdere una generazione consegnandola alla violenza. Certi errori non possono essere ripetuti» .

Il sindacato cosa può e cosa deve fare? Il sindacato, in Trentino come a livello nazionale, deve concentrarsi sulla necessità di non lasciare alle future generazioni il fardello di un enorme debito pubblico. I tagli senza investimenti, però, non creano prospettive di futuro. Oggi, per la prima volta, i figli già sanno che staranno peggio dei loro genitori. Non è una cosa di poco conto. In Trentino abbiamo condizioni migliori, questo impone all'attuale classe dirigente di agire da subito pensando non solo all'oggi, ma anche e soprattutto al domani. Non possiamo ipotecare il futuro di questi giovani. Dobbiamo continuare a mantenere in ordine i conti pubblici, utilizzando le risorse per fare investimenti che guardino al futuro» .

Un esempio? «La banda larga. Anche se non è un tema tipicamente sindacale, riteniamo molto importante che la Provincia abbia deciso di stanziare 400 milioni di euro per connettere il territorio. Significa dare ai nostri giovani gli strumenti per potersi confrontare con un mercato sempre più globale» . Insomma, secondo lei la Cgil del Trentino non si occupa solo di difendere i diritti di chi i diritti già ce li ha. «Mantenere lo status quo della nostra rappresentanza sarebbe in fondo la cosa più facile, ma sarebbe in contraddizione con quello che ho detto. Pensiamo alle politiche per la casa, se avessimo fatto una battaglia per garantire che la casa Itea è a vita, avremmo escluso i giovani da quel diritto, a meno di non immaginare una provincia sovietica in cui tutti gli immobili sono dell'ente pubblico.

Sulla riforma della scuola ci siamo battuti, senza nasconderci dietro la Gelmini e non senza problemi al nostro interno, per vedere se erano possibili percorsi innovativi. Più in generale, siamo molto interessati alla riqualificazione della spesa pubblica, necessaria se vogliamo che l'economia cresca» . Sfide per il 2011? «Sicuramente l'attuazione delle due nuove deleghe. Sull'università non siamo d'accordo con si oppone alla provincializzazione. È sbagliata la tendenza nichilista di chi vede nero nel paese come in Trentino. Così come non ci convince l'immagine di un Trentino felix senza problemi. Si tratta di lavorare sulla traccia individuata dalla Provincia, tutelando però maggiormente l'autonomia dell'ateneo nei confronti della politica. Sugli ammortizzatori sociali è già stata fatta la scelta di principio di includere maggiormente i lavori atipici, vedremo fino a che punto potremo spingerci, noi vorremmo includere, ad esempio, anche i lavoratori subordinati mascherati da partite Iva. Sicuramente ci batteremo per il reddito di qualificazione, ossia la possibilità per i giovani che vogliano qualificarsi maggiormente di poter essere sostenuti economicamente. Non qualcosa di legato solo all'età, ma a degli obiettivi ben precisi. Poi ci sarà il grande problema dell'occupazione. Là dove la cassa integrazione straordinaria andrà ad esaurirsi bisogna puntare con decisione sui contratti di solidarietà» .

Lei sembra molto preoccupato dal futuro dei giovani, ma la categoria con più iscritti è quella dei pensionati. «Da noi rappresentano un terzo del totale. Altrove superano il 50%. I giovani che si rivolgono a noi sono molti, ma la maggioranza usufruisce dei servizi, come il Caf, senza iscriversi. Non è facile, quando si salta da un contratto atipico ad un altro, decidere di iscriversi al sindacato. Bisogna anche fare i conti con la categoria emergente dell'individualismo. Non solo per criticarla. Lavoratori molto qualificati faticano a vedersi intruppati in un'organizzazione dove temono di non avere voce. Il sindacato deve preoccuparsi di garantire percorsi di crescita anche individuale. I giovani, per parte loro, dovrebbero responsabilizzarsi di più» .

Pensa a qualcosa in particolare? «A Laborfonds. Il fondo regionale di previdenza complementare è nato dieci anni fa e non per dare risposte a chi era prossimo alla pensione. Lo strumento funziona e tutti i riconoscimenti lo attestano, ma i giovani faticano a iscriversi. Eppure sono loro che tra venti-trent'anni rischiano di trovarsi con pensioni inferiori al 50%dello stipendio. Con la Regione stiamo cercando di dare copertura contributiva anche quando viene temporaneamente a mancare lo stipendio, ma anche loro devono imparare a usare questi strumenti» . Problema analogo sarà quello del fondo per la non autosufficienza. «Certo. Non possiamo chiedere oggi a un giovane precario di pagare l'assistenza attraverso la fiscalità quando, un domani, potrebbe essere lui a trovarsi senza copertura. Bisogna guardare al lungo periodo perché sarà allora che avremo i problemi maggiori. Come è naturale, però, oggi sono gli anziani e non i giovani a porsi questo problema» .

Lei ha parlato del senso di responsabilità che deve dimostrare il sindacato, ma anche di quello che auspica dagli imprenditori. Osservazioni a riguardo? «Forse, invece che guardare ciascuno nel piatto dei contributi dell'altro, dovrebbero interrogarsi un po' di più sul perché di una crescita debole in un territorio in cui il sostegno pubblico è tanto forte. Le imprese trentine devono cominciare a offrire lavoro sempre più qualificato, sia esso puramente intellettuale, o manuale. Forse il mito del posto in Provincia è alimentato anche da un offerta di lavoro nel privato non così qualificato» . Recentemente avete avuto un incontro come parti sociali senza la Provincia. Qual è l'obiettivo? «L'obiettivo è uscire dalla logica della richiesta corporativa per vedere se è possibile proporre alla politica scelte che siano già state condivise dalle parti sociali. Diversamente dovrà essere sempre la politica a decidere. In piena crisi mi era parso che questo atteggiamento di guardare al domani con un'agenda comune dei problemi da affrontare fosse condiviso. Poi ognuno è tornato un po' sulle sue posizioni. Per questo abbiamo lanciato l'idea dell'incontro e mi fa piacere che Lorenzo Dellai lo abbia positivamente rilevato nella sua relazione alla Finanziaria»

 

 

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