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Subisce un infarto ed è licenziato

"Altri sei casi nel porfido". 400 immigrati, poco protetti

Subisce un infarto ed è licenziatoSette infarti nell´arco di un biennio, su 400 lavoratori pressoché tutti extracomunitari, e alcuni lavoratori costretti semplicemente a prendere su ed andarsene. L´ultimo caso è quello del macedone di etnia albanese Mazlami Kamber, moglie e due figli, senza lavoro dopo che il suo cuore ha fatto tilt. Ma anche dopo 15 anni di lavoro indefesso, e durissimo, in Trentino, nel settore del porfido. Il difensore civico, interrogato da un giornalista, tempo fa annotava che uno dei settori scarsamente protetti della nostra società è quello dei lavoratori extracomunitari. E la storia che segue lo prova pienamente. Mazlami Kamber è del 1956, sposato e con due figli. In Trentino vive da 15 anni ed ha, naturalmente, tutte la documentazione in regola. Dal 1991 al 2004 ha lavorato nel settore del porfido (prima, per 2 anni aveva vissuto ad Ascoli Piceno). È un operaio, cernitore. Un lavoro a rischio, per le polveri, il rumore e la fatica. I cernitori di porfido spostano centinaia di quintali di pietre ogni giorno. «Io le ho sempre spaccate le pietre - dice nel suo buon italiano Kamber - con mazza e mazzetto». Accanto a lui c´è Renato Beber della Fillea-Cgil: «In questo settore in Trentino contiamo circa 400 lavoratori, quasi tutti extracomunitari. Operai esposti al rischio-salute: male alla schiena e traumi da sforzo visto lo spostamento di carichi che alla lunga usura il fisico». Kamber il 22 giugno del 2004 è stato colpito da infarto. Nel dicembre successivo fu sottoposto a visita medica aziendale. Il responso fu che non avrebbe più potuto svolgere quel tipo di lavoro ma il medico scrisse che avrebbe potuto fare il cubettista, nello stesso settore. Il cubettista lavora sulla macchina e sposta un volume minore di pesi. L´operaio macedone dopo l´infarto ebbe il suo periodo di malattia, per la guarigione e la riabilitazione, poi la cassa integrazione, che sempre scatta in inverno nel settore del porfido. Alla ripresa dei lavori, nella primavera del 2005, si ripresentò in ditta. «Non puoi lavorare, sei a rischio». Si trattava del classico «Fuori». «La legge 626 del 1990 - fa sapere Beber - afferma che l´azienda, prima di licenziare un operaio che ha vissuto un certo tipo di trauma, dovrebbe verificare la possibilità di impiegarlo con mansioni più idonee, come del resto consigliato dallo stesso medico aziendale. E anche il medico provinciale disse poi lo stesso, nei primi mesi del 2005». Ma sino all´aprile del 2005 Kamber rimase nel limbo e il 19 aprile fu licenziato. «Mia moglie non lavora, viviamo a casa della figlia sposata. Il figlio invece lavora precariamente». Insomma, è dura, dopo 15 anni di lavoro indefesso ora l´uomo si trova ai margini, gettato via da questa comunità. «Con questa azienda ho lavorato 8 anni, in tutto 14 anni nel porfido. Ci ho rimesso la salute e dato tutto ma nel momento del bisogno mi hanno messo fuori». L´appello quindi: «Chiedo se qualcuno possa aiutarmi, con un lavoro idoneo, più leggero. Sono deluso, non so più cosa fare, a chi rivolgermi». Il sindacalista Renato Beber ricorda che «nel porfido» negli ultimi due anni si sono contati 7 infarti tra gli operai. «Solo qualcuno ha trovato un lavoro più leggero nella propria azienda, la maggior parte ha dovuto lasciare il Trentino. Non ci sono strumenti di tutela. Abbiamo rivendicato, in sede di rinnovo di contratto e presso l´assessore provinciale Benedetti, la possibilità di ricollocare questi lavoratori. O che almeno l´ente pubblico individui delle vie preferenziali per loro. In sede di discussione della nuova legge sulle cave di porfido abbiamo chiesto a Benedetti di destinare parte degli affitti che vengono dalle cave al ricollocamento di questi lavoratori. E lui si è detto disponibile. E col primo gennaio, entrando in vigore il nuovo contratto, aziende e lavoratori finanzieranno un fondo di solidarietà in questo senso». Ma per ora Mazlami Kamber non trova lavoro. E alcuni suoi colleghi, dopo aver dato tutto al Trentino, anche la salute, sono stati costretti ad andarsene. Sì, ha ragione Donata Borgonovo Re, il difensore civico, a dire che una fetta di società civile non è tutelata. Almeno quanto il resto: ed è quella degli immigrati, ormai decine di migliaia in Trentino, contribuenti come gli altri, lavoratori come gli altri.

 

 

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