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SESTO RAPPORTO DEL COMITATO DI VALUTAZIONE DEL SISTEMA SCOLASTICO E FORMATIVO TRENTINO

Il commento della Flc Cgil

SESTO RAPPORTO DEL COMITATO DI VALUTAZIONE DEL SISTEMA SCOLASTICO E FORMATIVO TRENTINOMartedì 7 marzo il Comitato provinciale di valutazione ha presentato il suo sesto rapporto sul sistema scolastico e formativo trentino. In un ponderoso volume di 274 pagine, ricco di tabelle e dati, viene esaminato lo stato del sistema di istruzione assieme, per la prima volta, a quello di formazione professionale. Il rapporto individua quelli che, a suo dire, sono i punti di forza, che nel capitolo conclusivo sono definiti come: sistema a forte intenzionalità, elevati livelli di apprendimento, elevato tasso di successo scolastico e formativo, sviluppo verticale della formazione professionale, elevata soddisfazione delle famiglie e disponibilità alla valutazione. Vengono segnalati, poi, i punti di debolezza che, sempre nelle conclusioni, sono individuati in: bassi livelli di competenza e di partecipazione alla formazione da parte degli adulti, permanenza di squilibri territoriali e sociali, turnover e pendolarismo dei docenti, perdita di attrattività dell’istruzione tecnica e mancanza di collegamento tra le anagrafi scolastiche e formative. Infine sono sottolineati alcuni aspetti problematici che necessitano di ulteriori approfondimenti: autonomia provinciale e localismo, quantità e qualità della spesa per l’istruzione, le controversie dinamiche dell’autonomia scolastica, la soggettività della valutazione scolastica, il problematico accesso all’università, la diversa spendibilità delle qualifiche professionali e dei diplomi nel mercato del lavoro. Solamente una lettura del rapporto può rendere totalmente conto di quanto affermato, ma sicuramente quello che esce da tale lettura è, complessivamente, un quadro positivo del sistema di istruzione e formazione della provincia di Trento. Laicità e realismo Ora due possono essere gli atteggiamenti che si hanno di fronte ai dati che emergono dal rapporto. Il primo è quello di dare per scontato che quanto scritto non solo è vero (e nessuno lo mette in dubbio in quanto deriva da una serie di dati oggettivi), ma che è anche sufficiente per non affrontare gli elementi di criticità fermandosi alla sola analisi dei dati. L’atteggiamento diventa quello di compiaciuta autopromozione. Sopravvalutare gli elementi positivi, senza esaminarli e contestualizzarli, può spingere ad una chiusura agli apporti esterni e ad una autoreferenzialità sempre pericolosa. L’altro è l’opposto; sottovalutare gli elementi positivi che pure sono oggettivi, e ritenere continuamente la realtà provinciale comunque e, a prescindere, negativa e, quindi, non riuscire a valorizzare gli elementi positivi del sistema scolastico e formativo. Sono due diversi tipi di provincialismo molto diffusi sia nella politica del Trentino che nello stesso mondo sindacale. Il giusto atteggiamento sta, invece, in una sana dose di laicità che porta a riconoscere quello che è giusto riconoscere, ma anche con una sana dose di realismo considerare il come si è arrivati ad alcuni risultati e comparare lo scritto con la realtà quotidiana che non sempre è coerente con i dati riportati. Seguendo lo schema della ricerca è indubbio che l’aumento di scolarità registrata sia un dato positivo (aumento dei passaggi dalla scuola media agli istituti di istruzione secondaria di secondo grado e/o al sistema della formazione professionale provinciale, che ha una sua specificità e che è difficilmente paragonabile a realtà extraprovinciali; aumento dei diplomati e dei qualificati, aumento dei passaggi dall’istruzione secondaria all’università). E’ un adattarsi del Trentino al sistema nazionale (come dice il rapporto); in questo caso in positivo in quanto la inferiore presenza di diplomati e laureati nel Trentino era una nota negativa riscontrata nel precedente rapporto (e che si ritrova ancora quando viene esaminata la platea adulta degli abitanti della provincia). E’ anche un rispetto degli impegni che l’Europa ha preso a Lisbona, che, ricordiamo, prevedono un abbandono scolastico non superiore al 10%, un completamento del ciclo di istruzione secondaria superiore per almeno l’85% della popolazione ventiduenne, un aumento almeno del 15% di laureati con specializzazione in matematica, scienze e tecnologia, un livello di partecipazione a iniziative formative della popolazione adulta di almeno il 12,5%, una diminuzione di quindicenni con scarse capacità di lettura di almeno il 20% rispetto al 2000. Su questi obiettivi, a parole, si trova un accordo diffuso, anche se, per dirla alla Andrea Ranieri “poche cose deprimono la voglia di fare e operare più del vedere la verità trasformarsi in luoghi comuni” (A. Ranieri, I luoghi del sapere). Quantità e qualità della spesa Il rapporto continua, poi, esaminando la spesa per l’istruzione. E’ un sistema che deve essere finanziato opportunamente. Le risorse utilizzate sono consistenti, ma, per dirla con le frasi di un componente il comitato, sono risorse che rientrano sia in capacità sia in minori spese per emergenze sociali. Il documento esamina gli investimenti negli anni dal 2001 al 2004 e li compara con quelli analoghi in Italia e nei paesi europei. Dai dati si evince che l’investimento per l’istruzione e la formazione (spesa dell’università compresa) è pari al 6,2% del PIL provinciale (contro un 4,7% nazionale). Vogliamo ricordare che l’obiettivo del 6% del Pil come livello necessario per la spesa per l’istruzione è stata una delle richieste costanti della CGIL (ma anche di CISL e UIL) presenti nelle piattaforme degli ultimi scioperi. Quindi il livello di spesa del Trentino non può essere considerato un elemento di criticità, ma un elemento da valorizzare. Altra cosa è ragionare, invece, sulla qualità della spesa. Ora, è evidente che, in un sistema di insegnamento/apprendimento, il fattore fondamentale per la sua qualità è, prima di tutto, la professionalità delle persone che operano al suo interno che, quindi, devono veder riconosciuto il loro operare. Ebbene, nella pratica quotidiana non sembra che i responsabili del sistema scolastico abbiano questa consapevolezza. Notiamo, spesso, una volontà di adattamento organizzativo del lavoro nelle scuole e istituti di istruzione e formazione a modelli amministrativi, legittimi e probabilmente virtuosi in quel contesto, ma assolutamente inadatti ad un sistema formativo. E’ una pecca che nasce, probabilmente, da una certa incultura dei sistemi scolastici e formativi che, con tutti i suoi limiti, non trovavamo nel ministero, probabilmente per i decenni di obbligato confronto col mondo scolastico. Fra le varie spese è necessario sottolineare negativamente l’aumento costante e consistente (55% nell’ultimo quinquennio interessato) per le scuole private. Formazione e istruzione professionale Il terzo capitolo del rapporto prende in esame il sistema trentino di formazione professionale iniziale sottolineando la percentuale significativa, il 15%, di giovani di classe di età pertinente che vengono coinvolti annualmente in tale sistema, l’efficacia dei percorsi in merito alla transizione nel mercato del lavoro, ma anche la possibilità di passaggio/rientro agli anni terminali dell’istruzione. La caratteristica specifica del sistema di istruzione e formazione della provincia di Trento è continuamente ripreso dal rapporto; sintomatica di ciò è anche la tabella 1.5 dove vengono rapportati i dati della frequenza dei giovani nel secondo ciclo in provincia e nel restante territorio nazionale: la frequenza liceale è del 30,4 in Italia, del 29,3 nel Trentino; quella artistica è del 3,7 in Italia, del 3,8 nel Trentino; quella psicopedagogia del 7,7 in Italia e dell'11,2 in Trentino; quella tecnica del 34,9 in Italia, del 30,6 in Trentino. Infine viene fornito un dato unificato per l’istruzione e la formazione professionale: 23,3 (3% formazione professionale + 20,3 istruzione professionale) in Italia, 25,1 (15,2 formazione professionale + 9,9 istruzione professionale) in Trentino. La tesi che si ricava è che in provincia la formazione professionale iniziale si è sostituita, per ragioni storiche che risalgono agli anni ’60, all’istruzione professionale statale e che con questa deve rapportarsi anche nei confronti. D’altronde è utile ricordare come dal 1993 il concetto di formazione professionale nel Trentino si è modificato anche con l’intervento delle parti sociali, che hanno voluto introdurre, nel corso di studio, le competenze trasversali, delineando già allora un percorso triennale. Come successivi accordi del 1995, 1996, 2002 con i diversi ministri dell’istruzione abbiano permesso diversi passaggi diretti all’istruzione; come la stessa legge n.9 del 1999 abbia riconosciuto la frequenza di tale settore provinciale come adatto al superamento dell’obbligo scolastico (abolito dalla legge 53 dell’attuale governo); come, infine, fra gli obiettivi del progetto di innovazione della formazione professionale provinciale vi è “accanto alla qualificazione professionale, la crescita personale, culturale e sociale dell’allievo in un’ottica di competenze di cittadinanza e formazione integrale della persona”. Il rapporto non lo dice, ma sembra evidente che il sistema che si è venuto a delineare nel Trentino sia un prodotto di una storia che non ha paragoni in nessun’altra realtà territoriale. Il che significa che non è esportabile, ma deve essere compreso e adattato ai cambiamenti del sistema nazionale di istruzione senza nessun atteggiamento di superiorità, ma anche con competenza per un rispetto delle sue caratteristiche e della sua storia. Le “controverse dinamiche” dell'autonomia scolastica Il quarto capitolo si sofferma ad analizzare l’introduzione dell’autonomia scolastica. Vogliamo ricordare come tale autonomia sia stata anche costituzionalizzata (legge n.3 del 2001) e, ormai, sia un elemento non più eludibile da coloro che operano e si occupano di scuola. Ricordiamo che l’autonomia scolastica si inserisce in un quadro costituzionale di responsabilità diffuse che vede Stato / regioni (province autonome)/ scuole autonome intervenire a diversi livelli sul sistema di istruzione. Lo stato mantiene la titolarità sulle norme generali sull’istruzione e sulla determinazione dei livelli essenziali delle prestazione; le regioni e province autonome hanno competenza concorrente sull’istruzione e primaria sull’istruzione e formazione professionale; le scuole hanno spazi di autonomia nella gestione del servizio (la Corte Costituzionale in diverse sentenze ha scritto che “a tali istituzioni siano lasciati adeguati spazi che le leggi statali e quelle regionali, nell’esercizio della potestà legislativa concorrente, non possono pregiudicare”). L’autonomia scolastica dovrebbe avere il significato di garanzia del diritto all’apprendimento e dare effettivo valore al dovere della Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (comma 2 art. 3 Cost.). L’autonomia scolastica nel Trentino ha, però, avuto un’applicazione tale da attivare quelle che il rapporto definisce “controverse dinamiche”. Viene segnalato lo scollamento tra la percezione dei dirigenti e quella degli insegnanti. Viene registrato come ben il 24,3% degli insegnanti individui un peggioramento delle relazioni tra dirigenti e docenti. Questo fatto non fa che confermare il dato registrato nel primo rapporto sulla scuola dell’autonomia del 2002, dove questa percezione diversa e la registrazione di tensioni nel rapporto tra dirigenti e altro personale era già segnalato. Era un dato preoccupante, ma che all’epoca era stato sottovalutato e rubricato tra i fenomeni inevitabili e passeggeri. Persistere nella sottovalutazione, ora dopo quattro anni, sarebbe un errore grave perché si scontrerebbe con una realtà che, come sindacato, abbiamo registrato in non poche situazioni. Una scuola è luogo di relazioni; se queste non funzionano vanno esaminate le cause e trovate le soluzioni. In questo caso vanno anche analizzati il comportamento e gli atti della provincia autonoma di Trento che ha privilegiato il rapporto con una professionalità, la dirigenza e con la sua rappresentanza maggioritaria, che sicuramente non ha favorito queste relazioni. Bisogna ridare competenze e responsabilità ai diversi “poteri” nelle scuole riequilibrando i rapporti all’interno delle scuole dell’autonomia. L’autonomia è sviluppo della responsabilità, è riconoscimento dei diversi ruoli e compiti, è rispetto del lavoro di tutti, è umiltà nei confronti tra diversi. La criticità avvertita nel rapporto è malessere diffuso che può sfociare in atteggiamenti di non collaborazione. Questo anche perché i buoni risultati registrati dagli studenti delle scuole del Trentino esaminati nel sesto capitolo del rapporto non nascono dal nulla. Non nascono solo dalle risorse (che pure sono un elemento di qualità); nascono, prima di tutto, dal lavoro di chi nella scuola opera. La relazione insegnamento-apprendimento necessita di persone motivate e responsabilizzate e per questo valorizzate anche nelle loro competenze di governo. Il rapporto registra le diversità di percezione dell’autonomia con una frase: dirigenti, l’ottimismo della volontà; insegnanti, il pessimismo della ragione. Forse l’ottimismo e il pessimismo nascono anche dai diversi vantaggi ottenuti con l’introduzione dell’autonomia. L'apprendimento degli studenti Il rapporto affronta, poi, altri temi quali gli apprendimenti degli studenti del Trentino che sono stati sottoposti a valutazioni diverse: alcune condotte esclusivamente nella provincia, altre all’interno di ricerche aventi valenza nazionale (prove INVALSI), altre ancora nell’ambito di ricerche internazionali (IEA-PIRLS; OCSE-PISA). Dai dati risulta che gli studenti del Trentino si collocano in buona posizione, ma con difformità legate al contesto territoriale e famigliare. Curioso il dato che emerge rispetto all’attendibilità delle rilevazioni: esse sono meno positive, nei confronti con le altre realtà italiane, quando sono autosomministrate da parte delle scuole stesse, risultano molto più positive nelle rilevazioni internazionali, con una somministrazione esterna. Particolare sottolineatura il rapporto la dà ai risultati, all’interno della ricerca OCSE-PISA, degli studenti degli istituti tecnici, che hanno una media molto alta anche nei confronti dei risultati degli studenti liceali del restante territorio nazionale (che nei confronti degli altri ordini scolastici hanno le prestazioni migliori). Questo dato dovrebbe fare riflettere coloro che stanno proponendo (in realtà hanno già realizzato almeno dal punto di vista normativo, anche se non ancora da quello attuativo) la cancellazione proprio degli istituti tecnici; la ricerca citata dovrebbe spingere tutti, anche utilizzando le possibilità legislative concorrenti, a rivedere tale scelta. Il rapporto segnala, poi, la carenza nelle rilevazioni OCSE, dovuta all’assenza degli studenti della formazione professionale, prescrivendo per il futuro il loro pieno coinvolgimento. Ci sono altri capitoli del rapporto che trattano del Trentino e l’Europa, del rapporto tra scuola e università, dell’offerta di risorse qualificate e la domanda delle imprese. Per questo contributo è, però, sufficiente fermarsi agli argomenti prima affrontati sottolineando una preoccupazione finale del comitato che va al cuore di molti argomenti di dibattito provinciale. Scrive il Comitato “l’autonomia provinciale non deve richiudersi nell’autoreferenzialità. L’eliminazione della sovrintendenza e la trasformazione dei presidi in dirigenti con un meccanismo di selezione degli stesi di tipo locale, da un lato consentono al governo provinciale un maggiore potere di indirizzo, dall’altro potrebbero in futuro indebolire l’indipendenza (in senso positivo) del sistema scuola”. E’ questa una preoccupazione da condividere e un tema di attenzione da non dimenticare. marzo 2006

 

 

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