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CONTRATTAZIONE / LA PROPOSTA DI CONFINDUSTRIA NON CONVINCE

CONTRATTAZIONE / LA PROPOSTA DI CONFINDUSTRIA NON CONVINCEIl 23 settembre scorso Confindustria ha presentato in una conferenza stampa la sua proposta sulle relazioni industriali, per una maggiore competitività delle imprese, lo sviluppo dell’occupazione e la crescita del paese. Dall’analisi sulla situazione dell’industria italiana emerge la riconferma che il paese sta attraversando una delle fasi più difficili degli ultimi 50 anni, e mette in evidenza due fattori: la diminuzione della produttività e il costo del lavoro. A questi due fattori Confindustria propone scelte di politica industriale a favore della ricerca, dell’innovazione, della formazione, della qualità delle imprese, della riduzione del cuneo fiscale. Ragionamenti condivisibili, in piena assonanza con ciò che da tempo Cgil Cisl e Uil sostengono. Peccato che chiede atti e impegni a tutti, senza mai una sua disponibilità a riconoscere che anche le imprese hanno qualche responsabilità e che pertanto non possono esonerarsi dall’assunzione di scelte per la parte che a loro compete. Il problema si complica quando Confindustria affrontando il costo del lavoro ribadisce che le nuove relazioni industriali devono adeguarsi alla necessità delle imprese per “aiutarle” ad essere competitive. Un’idea di “sistema ordinato e collaborativo” di relazioni fra le parti in cui vi siano regole per distribuire il reddito e regole per produrlo. Ritorniamo alla solita linea confindustriale che vede nella revisione delle regole contrattuali del 23 luglio ’93 il fattore determinante per la ripresa della competitività del sistema industriale e del sistema paese. La Cgil, continua a pensare, che se si vuole sostanzialmente intervenire sulle politiche industriali per ridare competitività, riqualificare la produzione industriale e competere nei mercati globali, ci vuole ben altro. Una robusta politica economica del Governo a sostegno dello sviluppo e dell’occupazione, e un sistema imprenditoriale che punta sull’innovazione di prodotto e di processo, sulla crescita dimensionale dell’impresa, sull’internazionalizzazione, sulla ricerca e sulla formazione, abbandonando il terreno della continua precarietà dei rapporti di lavoro. Non si può e non si deve accettare l’idea che un nuovo modello contrattuale sia la principale ricetta per uscire dal declino. Noi da tempo abbiamo avanzato proposte di politica contrattuale basate su una manutenzione qualitativa del Protocollo del 23 luglio ’93, per rafforzare e rivalorizzare il ruolo e le funzioni del contratto nazionale e per estendere il più possibile la contrattazione di secondo livello. Per la Cgil la contrattazione deve realizzare un incremento dei salari e una concreta redistribuzione della produttività, posizionando il CCNL al primo posto nella gerarchia contrattuale. Il nostro obiettivo, come la Cgil indica nella Tesi Congressuale è quello di riconsegnare alla contrattazione autorità salariale e autorità normativa su tutto ciò che attiene l’organizzazione del lavoro e la tutela dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Confindustria nella sua proposta di nuovo modello contrattuale pur ribadendo il mantenimento dei due livelli di contrattazione, riduce il ruolo del contratto nazionale, assegnandogli soltanto il compito di recuperare (ove ci fossero le condizioni) l’inflazione programmata, e si contraddice quando da una parte afferma di voler demandare materie al confronto in azienda e poi propone una pratica basata su una ampia unilateralità. Propone, deroghe in uscita del CCNL, interventi unilaterali su tutto ciò che attiene l’organizzazione del lavoro, a partire dalla flessibilità delle retribuzioni e dell’orario, e in tale ambito incentivare la contrattazione individuale. Prevede clausole di tregua sindacale a tutti i livelli per depotenziare, disincentivare ed in alcuni casi inibire, il ricorso allo sciopero. Assegna alla redditività, all’aumento della produttività, e di conseguenza al salario totalmente variabile, la funzione centrale per gli aumenti salariali, a discapito della contrattazione collettiva nazionale e introduce il concetto di “flessibilità di contratto” per accedere a qualsiasi tipologia di rapporto di lavoro per far fronte “alla mutevole esigenza dei mercati”. Il contrario della nostra idea sulle politiche attive del lavoro per eliminare la precarietà. A noi non basta l’affermazione seppur importante sul mantenimento dei due livelli di contrattazione. Ciò che ci interessa è la sostanza, sono i contenuti, sono le regole che garantiscono a tutti i settori e a tutti i lavoratori pubblici, privati, a tempo indeterminato e atipici di poter aumentare i propri salari e di poter non subire scelte unilaterali delle aziende ma negoziare le proprie condizioni di lavoro. Ci preme mantenere un contratto nazionale forte e un secondo livello importante sia in azienda che nel territorio. Vogliamo essere, in piena responsabilità, protagonisti della contrattazione e non subirla, essere soggetto contrattuale e non subalterni o condizionati dalle esclusive esigenze delle controparti pubbliche e private. Nel frattempo si rinnovano alcuni contratti importanti come gli Alimentaristi e la Scuola. Altre piattaforme si stanno predisponendo con un forte impegno unitario utilizzando e adattando le regole esistenti. Fim Fiom Uilm stanno lottando contro la posizione irricevibile di Federmeccanica. Non siamo fermi, anzi, la stagione contrattuale continua, mentre con Cisl e Uil siamo impegnati a trovare una posizione comune almeno sulle “linee guida” che dovranno caratterizzare le future politiche contrattuali. (27 settembre 2005)

 

 

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