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"ATIPICI" / UN UTILIZZO ILLEGITTIMO DEL CONTRATTO DI ASSOCIAZIONE IN PARTECIPAZIONE

Sunto della sentenza 104/05 del Tribunale di Trento

Con la sentenza 104/05 il giudice Flaim ha respinto il ricorso della Calzedonia s.p.a. contro l’ordinanza del Servizio Lavoro della PAT che comminava una multa alla ditta per l’illecito amministrativo. Il tribunale ha così dato ragione al Servizio Lavoro che aveva riscontrato un utilizzo illegittimo del contratto di associazione in partecipazione: ruolo, funzioni e concrete modalità di svolgimento del lavoro riconducevano di fatto ad un impiego di tipo subordinato. La vicenda La sentenza del Tribunale di Trento riguarda la vicenda della signora De Caro, assunta da Calzedonia s.p.a e distaccata presso un negozio “Intimissimi” a Trento, prima come dipendete, poi, dal dicembre 2001 fino al licenziamento del luglio 2002, come associata in partecipazione. Nell’agosto del 2002, la donna aveva denunciato la presunta illegittimità del suo licenziamento alla Guardia di Finanza. L’incartamento era passato per competenza al Servizio Lavoro della Provincia il quale avviava le proprie indagini. Dopo le opportune verifiche, riscontrava la violazione delle norme sulla comunicazione dell’avvio di un rapporto di lavoro subordinato (art. 9bis, com. 2-3 della legge 608/96) e prima, nel febbraio 2003 notificava l’illecito amministrativo alla ditta Calzedonia, poi, con l’ordinanza-ingiunzione n. 38385 del giugno 2004 comminava all’azienda una multa di 630,39 €. Infatti, il Servizio Lavoro aveva accertato che la signora De Caro svolgeva mansioni che la sottoponeva al potere direttivo e disciplinare dei responsabili della ditta Calzedonia, contravvenendo così alle norme che distinguono i contratti di collaborazione e associazione da quelli di tipo subordinato. Per questo, provato il fatto che la vera natura del rapporto era inquadrabile - come recita l’ingiunzione - “nel contratto di lavoro subordinato, con retribuzione collegata agli utili d’impresa”, la sanzione amministrativa diventava un atto dovuto in quanto Calzedonia spa aveva omesso di comunicare al competente ufficio del lavoro l’avvenuta assunzione della commessa, che operava in regime di associazione in partecipazione solo nominalmente. Contro questo provvedimento amministrativo, nel luglio del 2004, la società Calzedonia s.p.a. ricorreva in giudizio. Le motivazioni della sentenza Il giudice Flaim cita le più recenti sentenze della Suprema Corte (in primo luogo la n. 20002 del 7 ottobre 2004 e la n. 14294 del 28 luglio 2004) per le quali “l’elemento idoneo a caratterizzare il rapporto di lavoro subordinato ed a differenziarlo da altri tipi di rapporto (…) è l’assoggettamento del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, tenendo presente che (…) deve manifestarsi in ordini specifici, reiterati ed intrinsecamente inerenti alla prestazione lavorativa e che il potere organizzativo non può esplicarsi in un semplice coordinamento (…) ma deve manifestarsi in un effettivo inserimento del lavoratore nell’organizzazione aziendale.” “Alla luce di questi insegnamenti – continua il giudice Flaim – per poter affermare la responsabilità della società opponente in ordine agli illeciti amministrativi sanzionati (…) appare decisivo non tanto escludere la ricorrenza nel caso concreto degli elementi peculiari dell’associazione in partecipazione (…), ma piuttosto accertare positivamente la ricorrenza nel caso concreto degli elementi peculiari del rapporto di lavoro subordinato.” Per Flaim “altri elementi (quali la continuità della prestazione, la sua localizzazione, l’osservanza di un orario, la cadenza e la commisurazione ad ore od a cottimo della retribuzione, l’incidenza del rischio economico, l’inesistenza di un struttura organizzativa in capo al prestatore di lavoro, l’utilizzo da parte del prestatore delle attrezzature nella disponibilità del datore), costituiscono meri indici della subordinazione da considerarsi complessivamente attraverso un giudizio di sintesi, essendo ciascuno di essi privo di valore determinante ai fini della qualificazione del rapporto;” Inoltre Flaim ricorda che per la stessa Suprema Corte l’assoggettamento al potere direttivo e disciplinare nonché l’inserimento nell’organizzazione aziendale assumono aspetti ed intensità diversi in relazione alla maggiore o minore elevatezza delle mansioni esercitate e conclude che “in ogni caso occorre valutare l’intensità dell’etero-organizzazione della prestazione al fine di stabilire se l’organizzazione sia limitata al coordinamento delle attività del prestatore con quella del datore oppure ecceda le esigenze del coordinamento per dipendere direttamente e continuativamente dall’interesse del datore (…).” Il giudice quindi si addentra nell’analisi delle modalità con cui si è concretizzato il rapporto di lavoro. Grado di sottomissione al potere direttivo del datore La lavoratrice aveva sostenuto di ricevere precise direttive su come disporre la merce in vetrina ma anche di dover riferire quotidianamente al responsabile di zona l’ammontare dell’incasso giornaliero. La società si era difesa sostenendo che né l’una né l’altra erano direttive vincolanti. Invece a detta del giudice Flaim le disposizioni sull’allestimento non potevano essere disattese in quanto “sarebbe stato irrimediabilmente vanificato il fondamentale obiettivo perseguito dalla società opponente, ossia quello di presentare in modo uniforme alla clientela l’immagine dei punti vendita caratterizzati dall’insegna e dal marchio Calzedonia.” Inoltre per quel che riguarda la comunicazione degli incassi, il giudice rilevava un’incongruenza nella testimonianza di una collega della De Caro che sosteneva che ella telefonava al responsabile di zona solo per conoscere gli incassi di altri punti vendita. Il giudice, di fronte a questa dichiarazione, ribadisce che De Caro “non avrebbe potuto conoscere dal consulente di zona già a fine giornata gli incassi degli altri punti vendita se non vi fosse stato l’obbligo dei responsabili dei negozi di comunicare l’incasso al consulente di zona.” Autonomia gestionale del negozio La De Caro avrebbe goduto, a detta della società Calzedonia, della più ampia autonomia in merito all’approvvigionamento del negozio, sebbene il contratto prevedesse un limite massimo. Ma la stessa lavoratrice ha sostenuto di essersi vista negare ordini perché ritenuti troppo elevati e che esisteva un sistema informatico che stabiliva le quantità occorrenti a ciascun punto vendita. A questo proposito, per il giudice emerge una chiara incongruenza tra l’aver adottato un sistema informatico per la determinazione dei fabbisogni dei singoli punti vendita e la dichiarata libertà dei responsabili di negozio nell’ordinare qualsiasi quantitativo di prodotti. Inoltre “l’asserito totale arbitrio del responsabile del punto vendita in merito agli ordinativi di merce è nettamente smentito dalla previsione contrattuale (art. 4) in forza del quale Calzedonia s.p.a. si era riservata il potere di «quantificazione di un limite massimo i prodotti in giacenza». Attribuzione dei prezzi ai prodotti La De caro poteva distribuire tessere di sconto del 20%, ma il numero annuo di queste era prestabilito da Calzedonia s.p.a. De Caro inoltre poteva scontare la merce del 30% per le dipendenti del negozio. Quando lo stesso sconto veniva offerto ad altri clienti, la De caro, tramite la cassa, lo doveva far apparire come acquisto di una dipendente. È questa, secondo il giudice, la prova che le era sostanzialmente negata la libertà di determinare i prezzi di vendita. Articolazione dell’orario di lavoro Per l’azienda era De caro a stabilire l’orario di apertura del negozio, ma il contratto stabiliva la facoltà di Calzedonia s.p.a., “di dichiarare risolto con effetto immediato il contratto ai sensi dell’art. 1456 c.c. nel caso in cui l’associata non si presenti nel punto vendita senza aver sollecitato l’associante alla propria sostituzione.” Ciò, a detta del giudice, imponeva una presenza assidua e continuativa a De Caro e offriva all’azienda un reale potere sanzionatorio, dissimulato in una clausola risolutiva, che è stato effettivamente esercitato con il licenziamento. Inoltre, anche a causa delle specifiche responsabilità di De Caro (la cassa), è stato acclarato che la stessa poteva assentarsi dal negozio solo previa autorizzazione del consulente di zona. Modalità di assunzione Per quel che concerne la lettera di richiesta di assunzione come associata in partecipazione inviata da De Caro a Calzedonia s.p.a. in data 2 gennaio 2002 (dopo le dimissioni da dipendente subordinata dell’8 dicembre 2001), il giudice rileva che “la sua redazione risale ad una data successiva a quella (10.12.2002) di stipulazione del contratto di associazione in partecipazione. Compenso Calzedonia sostiene di aver inviato periodicamente i conti economici del negozio e di non aver pattuito con De Caro alcun compenso minimo, cercando di provare con questo la natura non subordinata del rapporto di lavoro. Contestualmente però sempre Calzedonia ammette di aver versato mensilmente alla stessa una somma a titolo di anticipo sulla liquidazione degli utili. Inoltre il giudice ribadisce che “la presenza o meno di un rischio economico costituisce elemento estraneo al nucleo essenziale della subordinazione, rappresentando solo un indice sintomatico valorizzabile esclusivamente nell’ambito di un giudizio sintetico; ciò senza trascurare che l’imposizione al lavoratore del rischio d’impresa può costituire uno degli obiettivi in frode alla legge che la dissimulazione della subordinazione intende perseguire.” Gestione del personale Per Calzedonia, De Caro aveva la piena responsabilità della gestione del personale (turni di lavoro, colloqui preassuntivi senza peraltro potere di assunzione). Ma per il giudice “tali circostanze (…) non rivestono un rilievo selettivo, essendo evidente la loro compatibilità anche con un rapporto di lavoro subordinato, dove al prestatore vengano affidate mansioni superiori a quelle proprie del semplice commesso alle vendite.” A conclusione delle motivazioni il giudice Flaim ritiene che “nel corso dello svolgimento delle sue attività in favore di Calzedonia s.p.a., De Caro sia stata, nel complesso, assoggettata ad ordini specifici, reiterati ed intrinsecamente inerenti alla prestazione lavorativa” e rileva che “la concorrenza e la combinazione di quegli atti gestionali (i quali singolarmente considerati, non potrebbero, di per sé soli, determinare lo stato di subordinazione) consentiva a Calzedonia s.p.a. di conformare pienamente e costantemente alle proprie esigenze produttive le prestazioni lavorative svolte da De Caro, realizzando così l’effetto squisitamente peculiare del rapporto di lavoro subordinato.” (30 settembre 2005)

 

 

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