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27 gennaio 2010, giorno della memoria

Per non dimenticare, la voce dei testimoni dell'Olocausto e delle persecuzioni razziali.

27 gennaio 2010, giorno della memoria Nel 2006 abbiamo voluto dare la parola a Elie Wiesel, Yom Kippur, il giorno senza perdono, nel 2007 a Yitzhak Katzenelson, Il canto del popolo ebraico massacrato, parte IX, nel 2008 a Ceija Stoika, Forse sogno di vivere. Una bambina rom a Bergen-Belsen, nel 2009 a Primo Levi, Se questo è un uomo, nel 2010 ascoltiamo Charles Liblau, I kapo di Auschwitz.


Ma la nostra giornata era solo all'inizio. Questa volta, invece di riunirci in Kommando e di spedirci a tutta velocità al lavoro, i dirigenti ci ordinarono di restare sul posto e di aspettare. Quel cambiamento di “programma”, come del resto qualsiasi “innovazione” decisa dai nostri “padroni”, non mancò di riempirci di inquietudine. Improvvisamente, una musica riecheggiò di fianco alla porta d'ingresso dove si dispiegava la scritta beffarda e promettente: Arbeit macht frei. Era l'orchestra del campo, composta da una trentina di prigionieri, fra i quali degli autentici virtuosi, che si mise a suonare alcune marce militari, lunghe e monotone.

Il campo, gigantesco formicaio di sedicimila uomini, finalmente si animò e i Kommando iniziarono a formarsi. I Kapo di ogni rango, come dei cani arrabbiati, incominciarono a girare intorno ai rispettivi gruppi, a sbraitare ordini, a brandire manganelli, a menar colpi; ognuno di loro, spinto dal desiderio di mostrarsi zelante davanti alle SS, cercava di superare i colleghi nella servilità verso i “padroni”. Gli ufficiali SS di ogni grado, i Palitsch, i Kaduk, i Sommer o i Broad, gli uni con i revolver in pugno, gli altri inforcando delle moto, si agitavano anch'essi furiosi e lanciavano ordini. Quei signori erano sempre furiosi e scontenti. Noi, in compenso, continuavamo a restare immobili, in attesa. I primi raggi di sole filtrarono attraverso le nuvole increspate che il vento trasformava, soffiando, in strane creature, in mostri che rispecchiavano perfettamente l'atmosfera in cui vivevamo.

Il campo tornava alla calma. Quasi tutti i gruppi di lavoro, scortati dai Kapo, dalle SS e dai cani poliziotto, avevano già lasciato il luogo dell'appello. La musica cessò. Fu a quel punto che vennero fatti uscire gli zingari. Occupavano la baracca 10, che più tardi sarebbe stata riservata ai prigionieri sottoposti ai diversi esperimenti praticati da alcuni medici nazisti. Per un totale di circa mille persone, uomini, donne e bambini erano stati deportati dalla Francia e dal Belgio. Quale crimine avevano commesso ? La loro colpa stava nella loro origine razziale. Trattati, bisogna dire, ancora più crudelmente degli ebrei1, non indossavano nemmeno le “uniformi”, le divise rigate, e non avevano il diritto di lavorare. Fin dal loro arrivo, isolati dal resto del campo da un recinto di filo spinato, condannati a soffrire la fame, alla mancanza delle misure più elementari di igiene e all'inattività, vegetavano nella loro baracca. Alcuni furbetti tra i Kapo tedeschi e alcune SS andavano di nascosto dalle donne e dalle ragazze zigane “auf eine Lustminute” (per concedersi un momento di voluttà); in cambio di quelle spedizioni di piacere, davano loro un pezzo di pane o di margarina. Si trattava, del resto, della sola fonte di “entrate” di quella colonia di zingari2.

Pochi hanno versato una lacrima per la sorte degli zingari. I testi dedicati ai campi di concentramento non parlano che raramente delle loro sofferenze. Eppure, furono in molti a perire nei campi nazisti, e di una morte tanto spessa crudele ! Ciò meriterebbe uno studio approfondito da parte degli studiosi sulla base dei dati d'archivio di questo e di altri campi.

L'intero Dipartimento politico, bramoso di godersi lo spettacolo, si era riunito a una certa distanza per assistere all'avvenimento. Le SS intimarono agli zingari di lasciare la loro baracca. Risultò che la direzione del campo quel giorno aveva deciso di mettere fine al “commercio del piacere”, che nel frattempo aveva assunto delle proporzioni abbastanza importanti. Con il pretesto di una disinfezione, i Kapo, sorvegliati da vicino dalle SS, li fecero uscire dalla loro “camerata” e li allinearono in fila per sei; poi, il corteo si mosse. In uno stato pietoso, vestiti di stracci ancora più sporchi dei nostri (sebbene ci sembrasse che da questo punto di vista non potesse esistere niente di peggio), ci passarono davanti come ombre tristi e mute. Dov'erano diretti ? Perché c'erano anche i bambini ? Questa domanda, come una vespa noiosa e importuna, ci assillava. Andavano a fare un lavoro, un qualsiasi lavoro ? Eppure, non era stato forse loro impedito di lavorare...

La sera stessa si diffuse nel campo la notizia dolorosa e consueta che erano stati tutti sterminati con il gas. Nessuno aveva potuto salvarsi. Li avevano bruciati con i loro stracci.

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Note

1. Si tratta di un giudizio dell'autore che non trova riscontro nella realtà concentrazionaria del sistema Auschwitz, in via generale, ma che forse può essere applicato ad alcuni casi specifici. Ad ogni modo è assai difficile fare paragoni del genere.

2. Il lagher riservato agli zingari entrò in funzione nel febbraio 1943 nel settore BIIe di Birkenau. Fino all'agosto 1944 vennero lì registrati quasi 21000 zingari (uomini, donne e bambini). La stragrande maggioranza morì di fame e di malattia. Il 2 agosto 1944, quasi 3000 zingari vennero uccisi nella camera a gas del crematoio V. Il 23 maggio 1944, vennero scelti 1500 zingari dal campo per famiglie zingare (settore BIIe) e portati nel lagher principale di Auschwitz. Successivamente questi detenuti vennero trasferiti nel campo di concentramento di Buchenwald.


Charles Liblau.

I Kapo di Auschiwtz

note di Frediano Sessi.

Einaudi 2007

 

 

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