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Fp Cgil. Sulla pena alternativa al carcere

Dopo la morte di un detenuto nel carcere di Rovereto, l'intervento di Luigi Diaspro della Funzione Pubblica Cgil

Fp Cgil. Sulla pena alternativa al carcere

Ancora un intervento, sulla questione carceraria, e sulla richiesta da parte dei 156 detenuti del carcere di Trento d'indennizzo per il periodo trascorso in carcere, alla luce della recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo che ha condannato l'Italia a risarcire con 1.000 euro un detenuto perché rinchiuso in uno spazio di gran lunga inferiore ai 7 metri quadri stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura.

E' dunque comparsa, in un paese civile quale si presume debba essere il nostro, proprio a seguito di quella sentenza, per il sovraffollamento e le restrizioni dei detenuti in spazi ampiamente al di sotto dei limiti minimi previsti, la parola “tortura”. Non si può far finta di niente, non si può non gridare che ciò è inaccettabile.

Come è altrettanto inaccettabile non perseguire – a dispetto di ogni logica – una seria politica di incentivazione di risorse umane ed economiche per le misure alternative al carcere.

E' statisticamente dimostrato – secondo i dati forniti dallo stesso Ministero della Giustizia - che mentre la percentuale di recidiva (ricaduta in comportamenti penalmente rilevanti nei 5 anni successivi alla detenzione) delle persone ristrette in carcere è pari al 60-70 %, per le persone che hanno fruito di una misura alternativa essa si riduce al 18-20%.

Inoltre, nel sistema misure alternative i costi di gestione sono enormemente ridotti rispetto ai costi della detenzione in carcere (circa 400 euro al giorno), senza contare i costi umani e sociali, l’aumento dei livelli di emarginazione e di insicurezza sociale, che il carcere di per sé comporta.

Basterebbero queste banali e semplici buone ragioni per un'inversione di rotta rispetto ad un settore, quello delle misure alternative, che soffre di una cronica scarsità di mezzi e di risorse, in un quadro sempre più drammatico che sfiora la paralisi istituzionale, sia a livello nazionale che locale.

Emblematico il caso dell'Ufficio Esecuzioni Penali Esterne di Trento, che opera con 4 assistenti sociali, di cui due part-time, a fronte dei 15 previsti, e retto dalla Dirigente di Udine, titolare anche della sede staccata di Gorizia, che può assicurare la propria presenza per non più di un paio di volte, ma anche meno, a settimana.

Luigi Diaspro (FP Cgil del Trentino)

 

 

 

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