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La Merloni licenzia ma dovrà pagare

Giordani (Cgil): «Non è passata l´idea che i costi degli esuberi devono essere riversati solo sul pubblico»

La Merloni licenzia ma dovrà pagareL´accordo l´hanno firmato alle due di notte di ieri. Stremati i rappresentanti sindacali della Merloni, Sandro Giordani e Bruno Veronesi, Gigi Caliari della Fim e Milena Demozzi della Fiom, quelli della Merloni hanno messo le loro firme su un documento che chiude un altro brutto capitolo della storia industriale della Vallagarina. I contenuti sono questi e ci li ha raccontati ieri mattina Milena Demozzi: «Rispetto ai 140 esuberi - ha detto con amara ironia - siamo rimasti a 140. Di questi, 110 usciranno usciranno dallo stabilimento di via Manzoni il primo gennaio prossimo. Gli altri trenta il 31 dicembre del 2006». Tutto come previsto, quindi. «Intanto, - ha continuato la sindacalista della Fiom-Cgil - c´è un anno di cassa integrazione straordinaria, poi abbiamo individuato i criteri per il primo blocco di esuberi». E quest´ultimo è un passaggio importante perché si è posto un freno al passaggio in massa dei lavoratori al Progettone. Richiesta che la Merloni aveva fatto all´annuncio del ridimensionamento della fabbrica. In sostanza, verso il Progettone andranno i lavoratori con più di cinquant´anni che, dopo la cassa integrazione e la mobilità «transiteranno» per il Progettone per poco tempo. Ma la novità grossa, come hanno sottolineato i sindacalisti, sta nel, a quanto pare, robusto incentivo all´esodo. Anzi, i rappresentanti sindacali, non a caso hanno parlato di indennizzo. «Le cifre non le possiamo rendere pubbliche - ha detto Milena Demozzi - prima dell´assemblea però abbiamo costruito un meccanismo che favorisce i volontari che comunque avranno un anno di mobilità». Il meccanismo funziona così: tutti i 140 lavoratori in esubero avranno un indennizzo, ma più alto sarà per quei lavoratori che scelgono di andarsene volontariamente. E quante più possibilità di ricollocarsi tanto più riceveranno. Ma quanto hanno «scucito» i sindacalisti alla Merloni per gli incentivi? «Siamo attorno al milione di euro - ha detto Giordani - e questa è una questione fondamentale perché non può passare il principio che i padroni possono scaricare gli esuberi sull´ente pubblico. Non si può accettare che si privatizzino gli utili e si socializzino le perdite. Ricordo che il gruppo Merloni è un gruppo in attivo. È una multinazionale italiana con 22 stabilimenti nel mondo». Vero, ma fanno scaldabagni, prodotto, come si dice, maturo. Più che maturo. «Certo, il prodotto è maturo, ma questa azienda quattro anni fa ha assunto 150 lavoratori a tempo indeterminato per far fronte a nuove commesse, ma allo stesso tempo ha investito in Russia, a S. Pietroburgo. Di fatto quelli erano posti a termine. La Merloni ha continuato a fare scaldabagni senza investire in ricerca e quindi in prodotti alternativi. Il dottor Latini, in una delle riunioni ci ha chiesto: chi di voi a casa ha lo scaldabagno? Vero non ce l´ha nessuno, ma allora perché l´azienda non ha fatto nulla di innovativo in questi anni». «In effetti - ha aggiunto Bruno Veronesi, delegato della Cisl - in fabbrica c´è un clima di sfiducia e rassegnazione. La Merloni quattro anni fa assumeva e al tempo stesso apriva lo stabilimento di S. Pietroburgo. Anche gli 85 che rimarranno non credono molto al futuro». «Tanti giovani - ha detto Gigi Caliari, «storico» sindacalista della Cisl, dipendente della Merloni, e primo nome nella lista degli esuberi, ma passerà direttamente alla pensione - dicono: meglio prendere i soldi degli incentivi perché qui non si vede futuro. È vero che la Merloni nel mercato degli scaldabagni a gas è ormai sola, ma si vendono solo all´Est e per quel mercato non conviene certo fabbricarli qui». Poi c´è il discorso politico. «Provincia e industriali - ha detto Caliari - non hanno voluto far apparire la parola crisi nel protocollo che abbiamo firmato di recente. Dellai dice che ci sono punti di crisi ma non c´è crisi. L´Associazione industriali poi, minimizza in modo spudorato. Ma la responsabilità più grave, Provincia e industriali, ce l´hanno perché pensano di affidare tutto al mercato. Ci troviamo di fronte a no ideologici. Quando si parla di destinare, senza coercizioni, di destinare una quota minima delle assunzioni alla ricollocazione degli esuberi il no è secco. Non c´è la consapevolezza che la nostra industria perde i pezzi. C´è rassegnazione nei confronti della globalizzazione, non si cercano alternative». B.Z.

 

 

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