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All'università cento lavoratori precari

Si protesta con le mutande. Bassi: "Faccio il possibile". Tagli e stop ai contratti: e ora viene chiesto l'intervento della Provincia

All'università cento lavoratori precari

Mutande e mutandine sul palazzo del rettore. Le hanno appese i rappresentanti delle insegnanti di madrelingua e del personale tecnico-amministrativo: una protesta colorata, a cui è seguita l'assemblea sindacale. Nel giorno in cui la facoltà di Sociologia - dopo due settimane di occupazione - è tornata alla normale amministrazione, nel giorno in cui a Roma si protesta (assente la Cisl) contro i provvedimenti del governo, si sono fatti sentire gli esponenti locali di Cgil e Uil.

Nella sala, che di solito ospita il consiglio di amministrazione, in via Belenzani, si sono riunite 95 persone: dipendenti, dottorandi, dottori di ricerca, qualche ricercatore, pochissimi studenti. Tutti insieme per rinnovare l'impegno a proseguire la mobilitazione (ad inizio settimana è stato indetto lo stato di agitazione).

Il video della manifestazione di Roma

C'è preoccupazione per il destino dei precari. A seguito dei tagli imposti a livello romano, l'ateneo trentino può «mettere al sicuro» solo 15 persone: 5 insegnanti di madrelingua e 10 tecnici-amministrativi, per i quali verrebbe anticipata la stabilizzazione del 2009. Restano fuori 60 lavoratori (40 del personale e 20 dei lettori madrelingua) per i quali il rettore Bassi sta studiando una formula contrattuale. Di questa discuterà martedì con i sindacati (ieri hanno parlato Maurizio Migliarini, Uil; Dario Andreis e Laura Martuscelli per la Cgil).

«Voglio discuterne nelle sedi istituzionali» spiega Bassi. I sindacalisti dicono che una proposta di esternalizzazione, con i lavoratori oggi precari inseriti in una sorta di cooperativa (come già accade per il servizio portineria), sarebbe inaccettabile. Si parla comunque di «soluzione ponte», di una specie di «parcheggio temporaneo», in attesa di possibili assunzioni. Ci sono poi 40 persone, con contratti biennali, per i quali non c'è alcuna prospettiva di regolarizzazione. Ieri, all'assemblea dei dipendenti, mancava il rettore, impegnato a Rovereto. Contattato al telefono, Bassi ha ribadito che sta facendo tutto il possibile per «limitare i danni creati da questo governo» e - come aveva detto nei consigli di facoltà straordinari - da una decennale, discutibile, gestione del sistema accademico.

Intanto ci si domanda quali saranno gli strumenti a disposizione dei dipendenti. Secondo i giuristi dell'Università è quantomeno improbabile affidarsi allo strumento dell'accordo di programma per mettere al sicuro i lavoratori precari. Si cita l'esempio dell'accordo del 2002, nel quale venne attivata la facoltà di Scienze cognitive: in quell'occasione, per l'assunzione del personale di ruolo, non si poté utilizzare il denaro della Provincia. Stando alle analisi fatte finora ai piani alti di via Belenzani, contratti di lavoro a tempo indeterminato potrebbero essere siglati solo se Trento venisse inclusa in una futuribile «Fondazione del Nordest», di cui per ora non c'è traccia, se non nelle conversazioni degli addetti ai lavori.

In quel caso si parlerebbe comunque di contratti del settore commercio. Una prospettiva che non entusiasma chi si trova nella posizione più debole. Il rettore e i docenti continuano a difendere il progetto Aquis, l'associazione degli atenei più rigorosi, che chiedono al governo un patto di stabilità (no ai tagli e al blocco delle assunzioni per le università che hanno gestito in maniera rigorosa i budget, che non hanno superato il tetto del 90% del Fondo di finanziamento ordinario ed hanno raggiunto livelli di eccellenza).

Dopo l'emanazione del decreto firmato dal ministro Gelmini, si cerca di capire quali saranno gli effetti per l'ateneo trentino. L'eliminazione del blocco del turn over potrebbe permettere all'Università di investire in risorse umane. C'è poi la questione del Ffo: Bassi ripete che all'appello, ogni anno, mancano 12 milioni. Soldi da tradurre in contratti? La strada pare ancora lunga.

 

 

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