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Purin: "Serve un patto per la produttività"

Il numero uno di via Muredei lascerà entro l’anno: «Burli dopo di me? La scelta più logica, ma non decido io». Il leader della Cgil sugli appalti: degrado clientelare, subito il nuovo regolamento

Purin:

TRENTO — Ruggero Purin lascia il timone di via Muredei.  Il segretario del primo sindacato trentino si prepara alla pensione soddisfatto di quanto fatto in questi anni, ma con un cruccio: «Il Trentino — dice — è rimasto a metà del guado.  Serve un patto tra lavoratori e imprese per un rilancio della produttività.  Il dirigismo non paga e nemmeno i contributi a pioggia.  La politica deve cominciare ad avere più coraggio».  

Segretario, una decisione maturata da tempo? «Fin dal congresso, nel 2006, ero consapevole di non poter rappresentare il rinnovamento.  La mia scelta è stata poi dettata anche da ragioni personali e familiari, nessuno mi ha chiesto di farmi da parte.  Anche la data mi pare opportuna».

Nel senso che qualcuno avrebbe potuto sospettare un intervento diretto in campagna elettorale a sostegno del suo predecessore? «Ma sì, abbiamo pensato anche a questo.  La Cgil non è agnostica, ma i piani non vanno confusi».

A quanto si sa, il Pd le ha chiesto con insistenza di candidarsi alle provinciali.  Lei ha rifiutato.  In compenso, in corsa ci sono Ferrante (Cisl), Dorigatti (Cgil) e Bonmassar (Uil).  Che ne pensa? «Ferrante era il segretario in carica della Cisl.  Dorigatti non è più segretario da molti anni.  Non è la stessa cosa.  Ritengo comunque utile che il mondo del lavoro sia rappresentato nella classe politica.  La candidatura di Dorigatti, in particolare, mi pare un arricchimento».

Per la sua successione si è fatto il nome di Paolo Burli.  Sarà lui il prossimo segretario? «Non spetta a me, ma mi pare una scelta logica e naturale.  Con la mia uscita dalla segreteria, l’età media sarà più vicina ai quaranta che ai cinquanta.  Il dato anagrafico da solo non basta, ma sfide nuove attendono il sindacato ed è giusto che ad affrontarle non sia chi è entrato nell’organizzazione negli anni settanta.

Che Cgil lascia? «Uno dei miei pensieri era la ricomposizione interna e credo di avere fatto qualcosa in questo senso.  Restiamo una realtà vivace, ma più coesa.  Penso poi di lasciare un sindacato ancora in grado di fare analisi e proposte.  Un’organizzazione che mantiene forte il rapporto con la base, ma che sa rapportarsi con gli imprenditori e la politica senza preclusioni aprioristiche».

A ben guardare, la Cgil resta l’unico «luogo» in cui la sinistra italiana è riuscita a coabitare. «È vero.  In qualche occasione ci è stato anche impropriamente assegnato un ruolo di supplenza.  Molti guardano alla Cgil come ancoraggio al mondo del lavoro.  Su questo punto, la politica mi pare un po’ smarrita.  Il lavoro viene visto quasi come un freno, mentre la qualità della nostra democrazia viaggia di pari paso con i diritti dei lavoratori».

Qual è il suo bilancio di questi anni alla guida della Cgil? «È stato fatto un passo nella direzione giusta, ma siamo ancora a metà del guado.  Il rapporto con il quadro politico appare sfilacciato.  Noi abbiamo detto sì ad una flessibilità che produca uno sviluppo selettivo, ma in cambio di un più avanzato stato sociale.  Invece, molto spesso la politica trentina non ha saputo dire dei "no".  Gli interventi a pioggia, come quelli sull’Irap, garantiscono più consensi, ma non una maggiore qualità dello sviluppo.  Le risorse ci garantiscono un alto tenore di vita, ma se dovessero mancare in pochi anni saremo a livello del resto del Paese».

E secondo lei cosa serve al Trentino?  Quali le sfide del sindacato nei prossimi anni? «Serve un patto serio di rilancio della produttività, un patto tra lavoratori e imprese.  Solo così riusciremo a spiccare quel salto che manca al Trentino».

In altre parole? «Bisogna smettere di considerare il welfare come una spesa.  Pensato seriamente, il welfare è un motore di sviluppo.  Faccio un esempio pratico: investire soldi negli asili nido, non significa sperperare i soldi pubblici, ma liberare una grande risorsa, che è il lavoro femminile.  All’interno delle aziende poi, si è visto come il dirigismo non paghi.  I modelli vincenti sono quelli che si basano sul consenso».

Tra un mese si vota e il centrosinistra appare in affanno.  Cosa ne pensa? «Si tratta di un passaggio molto delicato.  L’assessore Bressanini, ad esempio, ha spiegato come intenderebbe investire i soldi dell’energia per migliorare la qualità dello stato sociale.  Dall’altra parte si parla di risibili sconti sulla bolletta elettrica.  Nel programma di Dellai si parla di fondo per la non autosufficienza...»

E quanto emerso sugli appalti? «Siamo rimasti impressionati.  Dispiace possa inquinare la campagna elettorale, ma la scusa di voler difendere le aziende trentine non regge.  Si è trattato solo di degrado clientelare. Ora va approvato al più presto il regolamento sugli appalti».

(dal Corriere del Trentino, 25 settembre 2008)

 

 

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