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«Noi precarie sfruttate dall’Istat per pochi euro»

La storia delle rilevatrici che girano per il Trentino per l’indagine sulla forza lavoro

«Noi precarie sfruttate dall’Istat per pochi euro» TRENTO. Le guardi e pensi alla poesia di Ungaretti: «Soldati si sta come d’inverno sugli alberi le foglie». Solo che nel 2008, quasi un secolo dopo la prima guerra mondiale, bisogna sostituire il soggetto, non più soldati, ma precari. Tutti ne parlano, tutti se ne riempiono la bocca, ma, poi tutti li dimenticano. Il caso di Loredana Ilardi, la precaria da 700 euro al mese che doveva essere capolista del Pd in Sicilia e poi si è ritrovata al nono posto, dietro i politici di professione, è esemplare. Senza andare a Palermo, però, storie di precari sfruttati se ne trovano anche qui nel ricco e grasso Trentino. Una è paradossale. A raccontarla sono quattro ragazze ingaggiate dall’Istat, l’Istituto nazionale di Statistica, per l’indagine sulle forze di lavoro. Sono anni, alcune dal 2003, che vanno in giro per il Trentino a fare domande alle famiglie per rilevare le caratterische del mondo del lavoro provinciale, per raccogliere dati sul precariato, e sono precarie anche loro. Precarie di quelle pagate poco: 38 euro e 50 centesimi lordi, comprese le spese di benzina, per ogni intervista che riescono a fare: «In media, quando va bene, i più fortunati tra noi portano a casa 800, 850 euro netti al mese. Con questi soldi ci dobbiamo anche pagare le spese. Non parliamo, poi, della pensione. I contributi sono del 24 per cento, un terzo a carico nostro e due terzi a carico dell’Istat. Se va bene, avremo un centinaio di euro al mese». Raccontano la loro storia ma di nomi è meglio non farne. Il brutto di essere precari nel 2008 è anche questo: non si può star tranquilli a dire quello che si pensa. Il contratto è a termine e non si sa mai. A fine anno, l’Istat le fa rimanere a casa per un mese, per non correre il rischio di doverle assumere e vedi il caso che non le richiami. In tutta Italia, i rilevatori per l’indagine sulle forze di lavoro sono 320, in Trentino 12 e in Alto Adige 6. Basta poco per capire: «Siamo pagati a cottimo. In Trentino siamo dodici persone che fanno questo lavoro. Alcuni sono laureati, altri hanno il diploma. Molti fanno i rilevatori da più di cinque anni. Qualcuno ha letto un annuncio su Bazar, altri sono stati chiamati dall’Adecco, che svolgeva la selezione per conto dell’Istat. Un colloquio e poi chi è stato scelto ha iniziato a lavorare». Un lavoro non certo di comodo: «Andiamo a casa delle persone e sottoporre loro un questionario sul loro lavoro. Si tratta di un’indagine permanente che viene richiesta dall’Eurostat a tutti i paesi del’Unione europea. Solo che all’estero i rilevatori sono stati assunti e regolarizzati, qui in Italia, invece, si è affidato tutto a precari. Siamo tutti cococo. Ogni settimana riceviamo dall’Istat una lista delle famiglie da intervistare. Ognuno ha una zona, c’è chi va in periferia e chi rimane in città. Noi dobbiamo contattare le famiglie e prendere un appuntamento. Spesso non si riesce a trovare un numero di telefono, così dobbiamo andare di persona. Siamo tenuti a fare otto tentativi. Se riusciamo a fare l’intervista, riceviamo 38,50 euro lordi, ovvero 31 netti. Da considerare che in questa cifra c’è anche il rimborso per la benzina. Se, dopo otto tentativi, non troviamo nessuno, non riceviamo niente». Un impegno mica da ridere, sul quale sono basate tutte le elaborazioni dell’Istat e anche della Provincia, come spiega Gabriele Silvestrin, il responsabile del sindacato dei precari Nidil della Cgil: «Questo lavoro è continuativo. Non finirà mai. I dati che vengono forniti dai rilevatori servono per importanti elaborazioni che servono per studiare il mondo del lavoro. Solo che siamo all’assurdo di far rilevare i dati del precariato ai precari». L’obiettivo della Cgil è quello di far stabilizzare tutti i rilevatori: «Sul sito dell’Istat -spiega Silvestrin - c’è scritto che l’Istituto è un ente di ricerca pubblico ed è il principale produttore di statistica ufficiale. Inoltre, sono loro stessi a dire che dall’indagine sulle forze di lavoro derivano le stime ufficiali degli occupati e delle persone in cerca di lavoro. Dicono che, dalla sua introduzione negli anni’50, l’indagine è fondamentale. Per farla hanno fatto investimenti potenti in software e hardware. Invece hanno risparmiato all’osso sulle persone». Quando parla il sindacalista, le quattro rilevatrici annuiscono. Si vede che non ne possono più: «Tra di noi c’è chi ha fatto mutui, chi ha comprato la casa. Chi ha commesso l’imprudenza di fare figli. E tutto con un contratto cococo che dura undici mesi. Siamo senza ferie, anche se stacchiamo tre settimane ad agosto e il contratto, poi, viene interrotto a fine anno per riprendere verso metà gennaio. Senza contare che, nel periodo di stacco, il lavoro si accumula e noi dobbiamo smaltirlo alla ripresa. E’ come una catena di montaggio».

 

 

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